Caso Britel: il silenzio dei ministri

Due lettere, con la stessa data, 14 novembre 2007, e lo stesso mittente, Fair Trial International, sono arrivate al ministro della giustizia Clemente Mastella e al ministro degli esteri Massimo D’Alema. Fair Trial International è un’organizzazione non governativa con sede a Londra che si occupa di promuovere «processi in linea con gli standard internazionali e di difendere i diritti delle persone che subiscono processi in paesi diversi dal proprio». Oggetto delle due lettere è il caso di Abou Elkassim Britel. «Siamo molto preoccupati che nonostante abbia sofferto gravi violazioni dei diritti umani, mr. Britel rimanga imprigionato in Marocco, dopo una condanna ottenuta attraverso la tortura». La detenzione di Kassim, che è in sciopero della fame dal 16 novembre, è quindi diventata un caso internazionale. E il silenzio del governo italiano, che pure aveva promesso all’inizio del 2007 che si sarebbe adoperato per avere la grazia dal re del Marocco Mohammed VI, diventa più assordante ogni giorno che passa. Mastella è impegnato a superare le crisi di nervi della maggioranza e D’Alema sabato e domenica sarà a Lisbona al vertice euroafricano. Forse per questo, come ci ha confermato l’avvocato Saima Hirji, i due ministri non si sono ancora degnati di rispondere alla lettera di Fair Trial International.

Kassim Britel, cittadino italiano, è stato sotto indagine dal 2000, a causa di una «segnalazione» arrivata alla Digos di Bergamo, secondo la quale a casa di suo fratello sarebbe passato un personaggio forse legato ad ambienti vicini ad al Qaida. Dopo sei anni, il 29 settembre 2006, il tribunale di Brescia ha disposto l’archiviazione, senza nemmeno una richiesta di rinvio a giudizio, perché dalle indagini non era emerso alcun elemento che potesse giustificare un provvedimento. Nel frattempo però, Kassim era stato arrestato in Pakistan, consegnato alla Cia, recapitato in Marocco con un volo della rete delle extraordinary renditions [è l’unico cittadino italiano ad aver subito questa sorte], detenuto nel carcere segreto di Témara, torturato, scarcerato, arrestato di nuovo, di nuovo torturato, e poi processato e condannato a 15 anni di carcere, ridotti a 9 in appello. Kassim è ancora nel carcere di Ain Borja, a Casablanca, dove ha già fatto quattro anni di prigione. Il processo che ha portato alla sua condanna è avvenuto nel clima isterico che si respirava in Marocco dopo gli attentati di Casablanca del maggio 2003, quando ci sono stati arresti sommari e altrettanto sommari processi contro le persone sospettate di simpatie islamiste. Kassim, arrivato in Marocco ammanettato in un volo della Cia, è stato accusato di essere lì per compiere attentati. L’esistenza delle indagini italiane è stata considera una prova dal giudice marocchino, ma ora che sono cadute le accuse contro di lui, l’unica possibilità per tirarlo fuori di prigione è la grazia reale.

A gennaio di quest’anno è stata consegnata alle autorità marocchine una domanda di grazia firmata da oltre cento tra deputati, senatori ed europarlamentari italiani. Nel suo rapporto sulle extraordinary renditions, la commissione del parlamento europeo guidata da Claudio Fava aveva raccomandato al governo italiano di «attivarsi» per ottenere la scarcerazione di Kassim. E il governo aveva risposto che lo avrebbe fatto. L’impegno è stato ripetuto a dicembre del 2006, nella risposta a un’interrogazione parlamentare presentata da Ezio Locatelli, deputato di Rifondazione comunista. La promessa non è stata mantenuta e Kassim Britel ha deciso a metà novembre di affrontare lo sciopero della fame, come gesto, meditato ma disperato, di protesta estrema contro l’Italia, suo paese d’elezione, che dopo aver contribuito alla sua condanna, adesso lo ha dimenticato.
«È forte la sensazione che mio marito sia considerato un cittadino di serie B perché non è nato in Italia», dice Khadija Pighizzini, moglie di Kassim, determinata a chiedere giustizia. Forse non è questione di luogo di nascita, ma di religione: Khadija e Kassim sono musulmani e per questo «meno» italiani. Almeno, dato il silenzio di Mastella e D’Alema, è difficile non pensarlo.

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