Forse anche i grandi media se ne sono accorti: c’è un’università che si auto-organizza e reclama l’autogestione dei saperi. Da tempo lavora nel silenzio della stampa, strappa crediti formativi per seminari auto-organizzati, mette in relazione studenti, precari del sapere, ricercatori e docenti. Non è un caso, insomma, che la Rete per l’autoformazione sia stata in primo piano nelle mobilitazioni i questi ultimi giorni.
Tutto comincia lunedì 8 gennaio. Quelli della Rete leggono sui giornali che papa Ratzinger arriverà alla Sapienza a inaugurare l’anno accademico, in compagnia di Walter Veltroni e del ministro dell’univeristà Fabio Mussi. Ne quel giorno stesso, mentre ne discutono a scienze politiche, il preside della facoltà Fulco Lanchester si avvicina al capannello e racconta: «Ho mandato una lettera al rettore Ruggero Guarini. Visto che è previsto il bacio dell’anello del papa, io ho proposto provocatoriamente di essere ancora più reazionari e riesumare il protocollo del bacio della sacra pantofola papale». In quel momento i ragazzi della Rete capiscono che la contestazione a Ratzinger raccoglie consensi, che è possibile mettere in piedi una mobilitazione per nulla nostalgica né residuale. Poche ore dopo è pronto il primo comunicato, quello in cui si chiariscono da subito le intenzioni: «Non verseremo nessuna lacrima sulle macerie dell’università dei baroni e della riforma, decadente istituzione feudale al pari del papa e del ministro che sono stati scelti come alleati per rappresentarla. Noi difenderemo la libera repubblica dell’autoformazione». Da qui, da queste battute digitate su una tastiera di un computer portatile nel corso di un aperitivo allegro, con tanto di lettura dissacrante del Galileo dell’«Uomo senza qualità» di Musil [che viene ferocemente criticato per aver pensato solo al «come» dei fenomeni e mai al «perché»], sono cominciate le giornate che hanno portato alla rinuncia del papa a partecipare all’inaugurazione dell’anno accademico.
Questa mattina, a sottolineare la loro, gli studenti hanno affisso all’ingresso della facoltà di fisica un enorme lenzuolo con la scritto «Nuntio vobis gaudium magnum, non habemus Papam». «Con la decisione del papa – spiega Giorgio, del coordinamento dei collettivi della Sapienza–abbiamo affermato un’idea diversa di università. Un’università pubblica, laica, dove si sviluppa il libero pensiero, senza dogmi». «Abbiamo affermato l’autonomia dell’università – aggiunge Francesco Brancaccio, di scienze politiche, che è anche membro del senato accademico–Abbiamo respinto chi ha assunto una posizione oscurantista sui problemi che riguardano la scienza». Mussi, aggiungono gli studenti, sarà comunque contestato, domani, «perché è andato in parlamento a dire che quanti protestavano per la visita del papa erano degli antidemocratici». E poi criticano Veltroni «per il problematico rapporto tra la città e l’università, per la sua politica degli affitti cari e della precarietà». Francesco Raparelli, della Rete per l’autoformazione, rifiuta qualsiasi analogia, molto presente nella vulgata giornalistica, tra la «cacciata di Lama» e i fatti di questi giorni. «Abbiamo chiesto solo uno spazio per manifestare il nostro dissenso rispetto alle posizioni del papa, che certo venendo qui alla Sapienza non avrebbe corso alcun pericolo. Se non si può manifestare il proprio dissenso, lo stato della democrazia in questo paese evidentemente è a rischio–spiega Raparelli–Non ci sentiamo laici integralisti: pensiamo che l’università debba essere un posto libero per la sperimentazione, del sapere parziale, un posto in cui le diverse posizioni si confrontano». «Chi sono dunque gli intolleranti?–si chiedono quelli della Rete nel loro ultimo documento–È questa la domanda che rivolgiamo alla stampa e alla politica. È intollerante chi chiede di poter manifestare all’interno della propria università o chi voleva una vetrina senza incrinature e senza rumori dissonanti?».
Insomma, il radicamento e le sperimentazioni della Rete per l’autoformazione, a cavallo tra pratica dell’autogestione, rivendicazione di diritti nuovi e sperimentazioni di nuovi modi di vivere l’università in un momento in cui la cittadella feudale dell’università pubblica è in crisi e si trova in difficoltà di fronte alle pressioni del mercato, ha trovato uno sbocco, in questi giorni. Al di là delle raffigurazioni caricaturali, che hanno messo in scena la contrapposizione tra due trascendenze, tra la sacralità del capo di stato vaticano e quella della scienza. Perché, come aveva scritto la Rete sul mensile Carta Etc. nel luglio scorso, si tratta anche in questo caso di difendere un «bene comune»: «I saperi formano il comune non in quanto esistono in un mitico stato di natura, ma perché prodotti dal lavoro vivo e della cooperazione sociale–ci hanno spiegato–La differenza è radicale: non c’è nulla da conservare o restaurare, il comune va continuamente prodotto e inventato».






