Cento morti l'anno nelle carceri italiane

Oltre 100 persone muoiono ogni anno nelle prigioni italiane. Molti decessi avvengono a causa di malattie croniche trascurate o curate male. Altre volte la morte arriva al termine di un lungo deperimento, dovuto a malattie croniche, o a scioperi della fame.
Secondo una recente indagine Eurisko svolta in 25 istituti penitenziari italiani, almeno il 62 percento dei detenuti ha una patologia grave che necessita di un intervento specialistico, il 43,5 percento di questi ha problemi psicologici o psichiatrici, il 28,3 percento una malattia virale cronica, come l’epatite C, il 50 percento e’ tossicodipendente. Dall’entrata in vigore del Decreto legislativo 230/99 sul riordino della medicina penitenziaria, che stabilisce un uguale trattamento sanitario in materia di prevenzione e cure tra i detenuti e i cittadini in stato di libertà, sono passati otto anni, durante i quali sono morti 1.215 detenuti. Più di un terzo si sono suicidati. In alcuni casi le persone che si sono tolte la vita erano affette da malattie invalidanti, ma il disagio psico-sociale colpisce anche i detenuti appena entrati in carcere così come quelli che stanno per terminare la pena. Secondo i dati del dossier «Morire di carcere 2000-2008» realizzato dal centro di documentazione Due palazzi, [consultabile sul sito www.ristretti.it], le carceri italiane sono sovraffollate, fatiscenti, con poche attività di reinserimento e con una scarsa presenza del volontariato. Troppo spesso gli interventi avvengono a posteriori. Quello che manca è la reale prospettiva per i detenuti di ricominciare, una volta fuori dal carcere una vita «normale».

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