Sette anni di prigione per «resistenza» a pubblico ufficiale durante le manifestazioni del 1999 contro la guerra della Nato contro la Jugoslavia. Si potrebbe dire a proposito di questa sentenza emessa dal tribunale di Firenze che se si fosse dato ascolto a quei «resistenti», molte migliaia di soldati italiani non sarebbero rimasti in Kosovo per nove anni [e chissa per quanti ancora]; si potrebbero ricordare i morti per uranio impoverito o lo strano giro della storia per cui c’è il rischio che ora i kosovaro-albanesi prendano le armi contro la Nato che li ha protetti da Milosevic bombardando la Serbia. Ma la storia non si fa con i se. Si potrebbe anche fare il paragone tra i tredici resistenti condannati a Firenze e il governatore della Sicilia Totò Cuffaro, condannato «solo» a cinque anni. Ma il carcere non si augura a nessuno, e le condanne degli altri non rendono meno pesanti le proprie. In inglese, si chiama «reality check» quel fenomeno per cui previsioni o comportamenti costruiti su una percezione della realtà, si scontrano con la realtà per come essa è. Accade per il Kosovo oggi, è accaduto per l’Iraq ieri, accadrà per la crisi sociale che i movimenti, con l’orecchio al livello del suolo, denunciano da molto prima che le cifre di Bankitalia campeggiassero sulle prime pagine. Dopo il reality chek si può dire che questa sentenza, e le altre in arrivo dai tribunali di mezza Italia, da Genova, a Roma fino a Cosenza, sta esattamente nella logica delle cose. Della reazione delle elite italiane, politiche ed economiche, che cercano di recintare la protesta sociale. Soprattutto quando si accorgono che i resistenti, nemmeno tanto alla lunga, hanno ragione.






