Una non-notizia, come quella del documento delle quattro guardie svizzere col camice bianco, diventa una notizia da prima pagina solo perché è in piena sintonia col pensiero ecclesiastico.
Non è certo una scoperta scientifica quella che hanno fatto i quattro direttori delle cliniche ginecologiche delle università romane, quando hanno affermato, in un documento congiunto, che «un neonato vitale, in estrema prematurità, va trattato come qualsiasi persona in condizioni di rischio, e assistito adeguatamente». E allora, se non è una scoperta scientifica, perché tanto risalto? I motivi potrebbero essere diversi.
Il primo motivo sta nel fatto che tale documento è stato presentato in occasione della Giornata della Vita, proprio nel periodo in cui si è riaffacciata per l’ennesima volta la volontà di cancellare la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza.
Puntuale come un orologio svizzero, la dichiarazione dei quattro direttori universitari ha preceduto di sole 24 ore le parole che il Papa ha pronunciato in piazza San Pietro, il quale si è potuto avvalere anche delle loro affermazioni per dare l’ennesimo affondo sull’aborto. In questo modo l’attacco alla legge 194 comincia a non apparire più soltanto come una specie di «idea fissa» dei soliti cattolici integralisti, ma è evidente il tentativo di dare alle ragioni degli anti-abortisti delle fondamenta scientifiche.
Data la disponibilità a queste manovre dei quattro direttori delle cliniche ginecologiche di La Sapienza, Tor Vergata, la Cattolica e il Campus Biomedico, vien quasi da domandarsi, se non avessero avuto maggior fortuna nella carriera di guardie svizzere.
D’altra parte, se non fosse per questi poco scientifici intenti, che ben si combinano con la recente proposta di moratoria sull’aborto fatta da quel campione di obiettività giornalistica che è Giuliano Ferrara, il documento dei quattro dell’Ave Maria non sarebbe altro che la conferma della validità della legge 194.
Nella legge n.194 del 22 maggio 1978 si prevedono due possibilità per l’interruzione di gravidanza. La prima è quella prevista nei primi 90 giorni di gravidanza per «circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la salute fisica o psichica della donna, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito».
Questo caso, in cui si parla di aborto entro la 13esima settimana, non è minimamente toccato dal documento dei 4 professori ginecologi, perché in esso si parla di aborti dopo la 22esima settimana.
La seconda possibilità prevista dalla legge 194 è quella specificata nell’articolo 6, in cui la Ivg è permessa dalla legge anche dopo i primi novanta giorni di gravidanza: a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.
In questi casi, dicono i quattro, «un neonato vitale, in estrema prematurità, va trattato come qualsiasi persona in condizioni di rischio, e assistito adeguatamente». E qual è la novità di questa affermazione, tale da giustificare un risalto mass-mediatico così grande da conquistare il primo posto nella scaletta di tutti i telegiornali e la prima pagina di quasi tutti i giornali? Nessuna.
Infatti nell’articolo 7 della legge si legge: «Quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, l’interruzione della gravidanza può essere praticata solo nel caso di cui alla lettera a) dell’articolo 6 e il medico che esegue l’intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto».
A questo punto viene spontanea una domanda: se si è reso necessario, secondo i 4 direttori ginecologi, specificare questo punto, ciò vorrebbe dire che nella pratica clinica non viene seguita questa procedura che, oltre ad essere citata in una legge dello stato, risponde anche al codice deontologico di ogni buon medico?
Se fosse così, risulta abbastanza chiaro che non è la legge 194, né tantomeno le donne che vi fanno ricorso, ad attentare alla vita. Infine, risulta necessario precisare un ulteriore punto del documento dei 4 professori, in cui si dice che il neonatologo deve intervenire per rianimare il feto «anche se la madre è contraria, perché prevale l’interesse del neonato».
Ora, se l’interruzione della gravidanza è prevista dopo i primi 90 giorni solo in caso di «grave pericolo per la vita della donna», come si può pensare che una madre possa essere contraria alla rianimazione di suo figlio, se è stata costretta ad abortire per un grave pericolo di vita?
Ecco, in ultima analisi, dove vogliono arrivare tutte queste iniziative. Dalla scellerata proposta di una moratoria sull’aborto alle dichiarazioni sessuofobiche dei vertici ecclesiastici, fino alle fuorvianti dichiarazioni pseudoscientifiche di qualche guardia svizzera travestita da scienziato, tutto questo ha un solo bersaglio: la donna.






