Le manifestazioni di ieri, molte e non solo nelle grandi città, sono state un successo. Livia Turco, ministra della sanità, annuncia oggi che garantirà la presenza di un medico non obiettore in ogni distretto per «garantire la continuità assistenziale». Per la presidente dell’Unione delle donne italiane, Pina Nuzzo, «le manifestazioni dovunque sono state partecipatissime. Non ci siamo fermate, continuano anche oggi i presidi e si moltiplicano anche laddove ieri le donne non sono scese in piazza come a Modena, a Carpi, in Sicilia. E’ un continuo passaparola, è proprio quello che volevamo». Ora si parla dell’8 marzo come prossimo appuntamento di protesta, anche se secondo Pina Nuzzo «siamo in vista delle elezioni, non vorremmo che si trasformasse in un’occasione da campagna elettorale, nelle grandi manifestazioni arrivano i partiti e parlano togliendo la parola alle donne. Sembrava che ieri in piazza ci fossero solo Tana De Zulueta e Livia Turco. Non è così».
I giornali poi danno ampio spazio alle tensioni del corteo di Roma. Giovanna Cavallo, attivista di Action, è stata fermata. Volevano portarla direttamente al carcere di Rebibbia, avevano anche allertato il magistrato. Lei oggi ha ripreso servizio al Rouge, l’osteria del quartiere di San Lorenzo in cui lavora. E ci tiene a ristabilire come sono andate le cose: «I giornali scrivono che ho sputato ai poliziotti–racconta Giovanna–Non è così. Io non ero in prima fila, il poliziotto che mi ha trascinata per i capelli e portato via, lo conosciamo bene. Ha Action nel mirino da tempo perché lavorava all’ufficio immigrazione. Ora abbiamo presentato una richiesta perché si dimetta dal commissariato Trevi». Giovanna è stata denunciata, per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale.
Secondo Lea Melandri, di Usciamo dal Silenzio, «la cosa più rilevante è l’emergenza di un movimento femminista nuovo, giovane, complementare e diverso da quello storico».
Ieri Giuliano Ferrara aveva annunciato che oggi avrebbe pubblicato sul giornale che dirige, Il Foglio, la foto dei suoi testicoli. Questa mattina, avvicinandosi alle edicole, non si poteva non essere travolti dal terrore. Ma l’unica illustrazione in copertina è il simbolo della «Lista per la vita». E sfogliando il quotidiano ci si accorge che Ferrara ha preferito pubblicare la foto di un bambino piuttosto che la sua. In un articolo dal titolo «Napoli, ucciso bimbo perché malato», il crociato Ferrara spiega perché «ci siamo fatti brutti, sporchi e cattivi voltando la faccia dall’altra parte una volta depenalizzato, a certe condizioni non rispettate, con una legge che non viene rispettata [la 194], l’aborto di massa. Lo abbiamo scambiato con un diritto, in realtà con il simulacro ideologico di un diritto di libertà che nessuna donna e nessun uomo, se non ingannato dalla cultura del suo tempo, vorrebbe mai esercitare. Alcuni lavorano per la vita da molti anni. Con quella donna avrebbero parlato per non farla sentire da sola e avrebbero parlato per non farla sentire sola e avrebbero cercato di evitare un omicidio. Bisogna portarli in Parlamento, questi volontari. La mia lista serve a questo». Precisata la sua missione, Ferrara se la prende con Francesco Merlo, di Repubblica: «Dici che sul tema dell’aborto, che secondo me grida lo scandalo supremo del nostro tempo, deve scendere il silenzio. Un miliardo di aborti in trent’anni, cinquanta milioni di aborti l’anno, l’eugenetica che mette l’annientamento selettivo al posto della cura e la strage asiatica delle bambine asiatiche sono in effetti un argomento delicato. Che debba essere sepolto da un elegante silenzio mi sembra parecchio discutibile». Così Ferrara rincara la dosi, «è morto un bambino e non per cause naturali, è morto perché è stato ucciso, non da una donna ma dalla cultura del suo tempo, dal nostro modo un po’ speciale di essere soccorrevoli e solidali». Aggiunge anche che non sarebbe nato morto ma che sarebbe stato ucciso da varie punture. Così, a Merlo, viene consigliato di «raggiungere la più vicina chiesa cattolica, confessare il tuo peccato e chiedere l’assoluzione». Insomma, «più moratoria per tutti». Quanto alle manifestazioni, «cartelli a Napoli con su scritto ‘Silvana siamo con te’, ma nessun cartello per salutare quel bambino, di cui non si è parlato se non per spiegare che pesava meno di 500 grammi».
Sulla stessa linea Libero, che apre su «la predica di Veronica» e promette «la vera storia di Napoli: ucciso bimbo malato», raccontata – e da chi se no – proprio da Giuliano Ferrara. Renato Farina spiega che siamo scampati al vedere gli attributi minimi di Ferrara «per un pelo». Ed è lo stesso Ferrara a spiegare «il mio vice Ubaldo Casotto non ha voluto. Non sarebbe stato un problema di spazio: ci stanno in una breve». Oggi però farà le analisi per accertare se ha la sindrome di Klinefelter. «Cioè la malattia – scrive Farina – che ha giustificato per i medici, per le femministe e per i prosatori roccocò della Repubblica la soppressione della creatura scandalosa di Napoli». «Ora – continua Farina – il bambino di Napoli, concepito da 21 settimane, ed estratto morto dalla mamma dopo applicazione di chimica omicida, è un po’ il fratellino piccolo e assassinato di Giulianone». «Le femministe urlano qualcosa sull’utero, il corpo è mio e lo gestisco e io? Anche Ferrara fa così. E mostra che quel corpo, siccome è di una persona, non si doveva toccare: è un altro. Il corpo non è un vestito che si possiede». Non serve andare oltre.
Su il Giornale, solo una piccola segnalazione in prima pagina: «Le streghe sono tornate», firmato Vittorio Sgarbi, e altri servizi sulle esternazioni fatte ieri da «Giulianone», sull’infermiere che sarebbe all’origine della chiamata alla polizia e sui molti sit-in di ieri, in difesa dell’autodeterminazione delle donne. «Le streghe sono tornate perché sono state evocate, perché si è preteso di estendere a tutti i cittadini e a tutte le donne i valori tipici e propri dei cristiani. Non c’è dunque da stupire se a Napoli, manifesti, slogan, travestimenti, proteste, richiami alla libertà della donna, abbiano animate le manifestazioni in difesa della legge 194 e della libertà della persona nella società come bene prevalente rispetto alla difesa astratta, assoluta della vita». «I due leader diversamente moderati, Veltroni e Berlusconi, si troveranno a disagio l’uno con i libertari come Pannella [che già apertamente rifiuta]l’altro con i nuovi teologi alla Ferrara [cui è stato chiesto garbatamente di non insistere». E forse – ipotizza Sgarbi – streghe e teologici verranno bruciati insieme, per non disturbare i manovratori, in nome della moderazione».
Il Tempo titola invece «Aborto, tornano le femministe». La pagina 9 è dedicata alla «mina aborto». E alla «crociata abortista e anticlericale». «Una marea che monta – scrive Lidia Lombardi – che a Roma sfocia in un corteo minaccioso e intollerante. Marciano issando cartelli con la faccia truce di Giuliano Ferrara, cercano d’arrivare alla sede del Foglio, sognano di assaltarla come una Bastiglia».
Il Corriere della sera titola: «Aborto, cortei e tensione», e torna sulle proteste che hanno attraversato l’Italia, segnalando anche l’«appello a Veltroni e Bertinotti contro ‘l’offensiva clericale e la crociata bigotta’. Tra le firmatarie Isabella Ferrari, Sabina Guzzanti, Lidia Ravera e Margherita Hack». In un’intervista, Emma Bonino, ministro radicale del commercio internazionale nel governo Prodi, dichiara che «le donne che hanno più o meno la mia età hanno una grande reattività su questi temi, magari perché ricordano gli aborti clandestini, o hanno potuto usare la 194. Ma certo che la generazione più giovane non sa cosa sta accadendo». A quanto pare, Emma Bonino ieri non era in piazza, è a Roma né altrove, dove la maggior parte delle manifestanti erano giovane donne singole e dei collettivi che hanno dato vita il 24 novembre scorso, a una grande manifestazione femminista contro la violenza maschile sulle donne.
Anche la Repubblica apre sui cortei spontanei:«Aborto, la protesta delle donne». E dedica un dossier al «percorso a ostacoli tra obiettori e malasanità». «’I ginecologi e gli anestesisti non obiettori sono meno del 20 per cento, ancora più pochi quelli che praticano aborti’. Giovanna Scassellati è responsabile del day hospital per le Ivg al San Camillo: ‘Qui, con 7 ginecologi, 2600 casi l’anno sui 15 mila del Lazio. ‘Pochi anche gli ospedali che fanno le Ivg’ dice Giuseppe Vetrano, primario del Pronto soccorso ostetrico dell’Umberto I». «La legge 194 – scrive Paola Coppola – in trent’anni di vita, non è mai riuscit a garantire il diritto all’aborto in modo uguale a tutte le italiane, se ancora oggi viene applicata alla lettera in regioni come la Toscana, ma non in Basilicata, dove le donne sono costrette a emigrare per interrompere una gravidanza. L’obiezione di coscienza è diffusa soprattutto al sud, ma in Italia l’80 per cento dei ginecologi, il 46 per cento degli anestesisti e il 39 per cento del personale non medico non praticano aborti».
Liberazione, con la testata rosa, fa un titolo a piena pagina: «Siamo tutte assassine». «Migliaia di donne in tutta Italia si sono riprese la parola pubblica sul loro corpo – scrive Angela Azzardo – Sono scese in piazza ieri a Roma, Milano, Bologna. A Napoli, la città che è stata la protagonista del blitz di polizia contro Silvana, la donna sottoposta ad un vero e proprio interrogatorio dopo aver vissuto un’interruzione di gravidanza. Sono scese per dire a Silvana che sono con lei, che non è sola. Per dire, ancora una volta, senza stancarsi, al Vaticano, a Ferrara, a tutti gli uomini che da mesi hanno iniziato una campagna di criminalizzazione contro di loro che è l’ora di finirla. Adesso basta». E nell’editoriale, Franco Giordano ringrazia le migliaia di donne che ieri hanno manifestato e ribadisce che, nonostante Veltroni e Berlusconi dicano il contrario, «l’autodeterminazione delle donne, i diritti dei gay, le unioni civili, la bioetica rappresentano oggi uno dei principali scontro che è tanto politico quanto culturale e sociale».
Il manifesto che titola «Anticopri». Nel suo editoriale, Ida Dominijanni scrive: «Non è la prima volta e non sarà l’ultima che l’aborto si fa segno di più generali questioni: proprio perché l’aborto, al contrario di quanto sostiene la scellerata ‘faciloneria’ si colloca su un delicato crinale, fra coercizione e libertà, fra garanzie collettive e decisione individuale, fra specie e singolarità. Bombardare questo delicato crinale a colpi di cannone significa bombardare, con la cittadinanza femminile, l’edificio dello Stato violento da un lato e partenalista dall’altro, che si fida più dei poliziotti che delle donne, e delle donne fa quando va bene delle vittime incapaci di intendere e di volere, quando va male delle assassine: feticide, come recita il brillante neologismo».






