«Processo di aggiornamento dell’identità culturale della sinistra», creazione di «un’identità , culturale forte su diritti, libertà e laicità», «demistificazione del tentativo di far valere la ‘libertà di coscienza’ e di tenere fuori dalla campagna elettorale i ‘temi eticamente sensibili’ evitando di prendere posizione e di riconoscerne la politicità», sono questi i punti chiave ribaditi da tutti i rappresentati della Sinistra Arcobaleno durante l’incontro con rappresentati di alcune organizzazioni lgbtq nella sede di Carta. La «nuova sinistra», quella che dovrebbe rappresentare la novità e la peculiarità di queste elezioni, dovrà essere caratterizzata dal riferimento fondante e non accessorio ad alcuni «valori». In primo luogo la laicità, intesa come «spazio pubblico in cui convivono le differenze», e come riconoscimento «dell’autogoverno di sé». Ma anche il riconoscimento della centralità del rapporto tra uomini e donne come nodo fondamentale della politica. E la libertà e l’autodeterminazione dei soggetti, in particolare quella delle donne, che sulla procreazione, come ha sostenuto Bertinotti, «hanno la prima parola e l’ultima», anche se «al tema della vita non si oppongono diritti e libertà, ma autogoverno di sé e responsabilità». Katia Zanotti ha elencato alcune priorità sul piano legislativo che sono state riprese in più interventi: «un’assunzione di responsabilità» sulle unioni civili, divorzio breve, modifica della legge sull’affido condiviso, norme organiche sulla violenza contro le donne, che «riconoscano» i centri anti-violenza e ripropongano il reato di stalking e il riferimento all’omofobia. Qualche cenno anche alla legge 40, che «è la prima legge che introduce in Italia una ‘discriminazione positiva’ nei confronti degli omosessuali», come ha ricordato Saverio Aversa [Prc], che ha anche invitato a fare attenzione al rischio di «vittimizzazione» insito nelle norme create ad hoc contro l’omofobia.
Il tema della libertà ha riportato al centro del dibattito la questione del testamento biologico e dell’autodeterminazione in campo terapeutico, anche se Bertinoti ha fatto presente che su questi temi va tenuto saldo anche il «principio di precauzione». Boccia ha fatto riferimento anche alla «questione delle tossicodipendenze» e all’importanza di declinare il tema dell’autodeterminazione in riferimento ai migranti. E il pensiero non può che correre all’inserimento dell’«emendamento anti-omofobia» [peraltro ridicolmente fallito] nel decreto sicurezza che conteneva le norme per le espulsioni di cittadini comunitari. Mancuso [Arcigay] ha invitato a parlare di uguaglianza piuttosto che di unioni civili. Leila [Libellula] ha insistito sull’importanza di una battaglia culturale: «il riferimento all’omofobia non basta, va nominata la transfobia». Ancora più esplicita Porpora Marcasciano del Mit «Attenzione a non ridurre la ‘questione omosessuale’ a unioni civili e matrimonio. Il problema è molto più ampio».
Il deficit di credibilità accumulato in questi due anni di governo è stato un aspetto ineludibile dell’incontro «Ci dobbiamo aspettare altre Binetti a mettere i bastoni tra le ruote nel futuro?» ha domandato ancora Marcasciano «bisogna tener presente che gran parte della comunità lgbtq oscilla tra la tentazione di astenersi e quella di invalidare la scheda». Bertinotti riconosce che «non basta il consenso sociale al programma. Non è sufficiente dire cose giuste, devono essere anche credibili». La parola chiave proposta è «partecipazione»: «non si può chiedere, costruiamo una soggettività politica che lavori per costruire questi obiettivi».
Ma d’altra parte bisogna riconoscere che «il campo non è libero» e le possibilità di ottenere cambiamenti sul piano legislativo sono scarse.






