Avremmo altre cose a cui pensare, direte voi. C’è la crisi della democrazia che galoppa pericolosamente verso i mondi fantastici disegnati dai discorsi di Veltroni. Ci sono le comunità che non solo resistono all’inasione di ruspe e cemento, ma che tentano di inventarsi l’auto-governo. C’è l’emergenza economica che è sul punto di esplodere. Ci sono ancora i Cpt, rimossi dalle nostre coscienze. Avremmo già molto da fare, vorremmo gettare la palla in avanti e aggredire le nuove sfide che si sono delineate con chiarezza in questi anni. E invece piovono denunce e grandinano processi. Le procure di mezza Italia tuonano contro i movimenti sociali. Rispolverano reati associativi, tirano fuori congetture. Alle volte si accordano con amministratori e politici che ce l’hanno promessa o con questurini dal dente avvelenato. I casi più clamorosi sono a Genova, Cosenza e Firenze. Ma avviene in tutt’Italia, continuamente.
Quando tornammo da Genova, nel luglio del 2001, tutti avevamo ben presente che c’era una cosa da evitare: cadere nella spirale triste e perdente della «repressione» e della «lotta alla repressione». Oggi possiamo dire che con mille contraddizioni lo abbiamo fatto, abbiamo continuato a produrre anticorpi sociali all’egoismo dominante, anche col rischio di prendere sotto gamba i troppi procedimenti penali che pendono sulla testa di tutti. Con questo spirito da oggi fino a domenica a Firenze ci si incontra, per evitare di ingaggiare una vertenza piagnona sulla «repressione» e camminare a testa alta per le vie della città che ha lanciato la «caccia al lavavetri» e che ha deciso di fare repulisti di quei rompiscatole che lottanto contro guerre e ingiustizie sociali.






