Ladri di simboli

La democrazia è più semplice a dirsi che a farsi. Soprattutto se non ci si affida ai tradizionali e consunti statuti della delega ma si sceglie l’autorappresentazione. È quello che propone il movimento delle femministe e delle lesbiche che, dopo anni di autocostruzione «carbonara», ha di recente deciso di uscire allo scoperto. Lo ha fatto in alcune occasioni già diventate «modelli» di quell’altra politica che non ha bisogno di «compatibilità». Si spiegano così le reazioni di autentica repulsione delle donne in movimento nei confronti delle parlamentari, loro colleghe di genere ma non di condizione, alla manifestazione del 24 novembre. E così si spiega anche la siderale distanza dai sindacati confederali che hanno deciso di «solennizzare» a modo loro il centenario dell’8 marzo proponendo una bella parata di stati generali. C’è, dentro questa «differenza», un intreccio di elementi di elevato peso specifico quali la ripulsa del potere, tanto per dirne una, ma anche la ricerca di un nuovo statuto nelle relazioni tra donne e una ipersensibilità verso forme più o meno camuffate di strumentalizzazione. La insopportabilità per la manifestazione dell’8 marzo indetta dai sindacati non è perché questi si sono appropriati di un «simbolo» non loro dal momento che di simboli, questo movimento di femministe e di lesbiche, non sembra aver bisogno e di mimose e serate in pizzeria non sa cosa farsene. Quello che devono aver trovato inaccettabile è l’uso strumentale, elettorale, verticistico, concorrenziale, agonistico, demagogico, in una parola maschile, del centenario, svuotato di senso e ridotto a una utile [e idiota] povera cosa.

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