Se la cooperazione dimentica la questione di genere

Secondo l’economista Antonella Picchio, consulente sulle questioni di genere per diverse istituzioni pubbliche, «il problema delle donne non è la loro debolezza, ma quella degli uomini». Una fragilità che però è pesantemente portata dalle donne in tutto il mondo: lo dimostra chiaramente il rapporto «La dimensione di genere nella cooperazione allo sviluppo», pubblicato da Actionaid e il Cirps-Sped [Centro Interuniversitario di Ricerca per lo Sviluppo sostenibile] dell’Università La Sapienza di Roma.
Presentato in occasione della giornata Internazionale della donna, il rapporto sottolinea ancora una volta come la discriminazione influisce negativamente sul 70 per cento della popolazione femminile mondiale, che di conseguenza vive sotto qualsiasi parametro minimo di sussistenza, spesso insieme ai propri bambini e bambine. Storie di analfabetismo, di povertà, di fuga dai conflitti armati, tutte al femminile; per non parlare della scarsa rappresentanza di genere all’interno delle istituzioni di tutti i paesi al mondo: su 192 paesi, solo 13 hanno un capo di stato donna e solo il 17 per cento dei rappresentati parlamentari sono donne. L’argomento è su tutti i mass media italiani anche per le questioni di casa nostre: le donne sono sottopagate rispetto agli uomini, hanno più difficoltà a trovare lavoro, in assoluto non hanno potere.
Ne parliamo con Silvia Macchi, docente di urbanistica e coordinatrice della Sezioni Politiche per l’Empowemwnt delle donne del Cirps della Sapienza, attiva da anni ne «Le donne in nero» e nel movimento femminista romano. Secondo la ricerca presentata, la cooperazione italiana non tiene conto delle questioni di genere per vari motivi: né a livello istituzionale né a livello associativo ci sono le dovute attenzioni alle discriminazioni alle donne, ai cambiamenti strutturali del modello neoliberista che peggiorano la vita femminile, soprattutto alle politiche che causano questo danneggiamento continuo. Nonostante l’impegno di alcune, «In Italia è difficile che sia conosciuta la Conferenza di Pechino», cioè l’incontro mondiale organizzato dall’Onu che, nel 1995, stabilì una lista di obiettivi strategici a livello planetario sulle questioni di genere. «La vice ministra Sentinelli ha migliorato molto la cooperazione governativa italiana, ma molto resta ancora molto da fare».
Nei progetti di cooperazione, infatti, le questioni di genere non sono considerate, non è prioritario migliorare i diritti delle donne: in generale, il problema non è solo della cooperazione, ma riguarda tutta la società italiana. Un ritardo culturale che emerge di tanto in tanto, ma verso cui non sono mai stati presi interventi sostanziali: la normativa europea, per esempio, impone l’analisi di genere nei progetti finanziati, e ancora in Italia si ha difficoltà a comprendere questa dimensione, anche in chiave di semplice analisi delle proposte e del proprio percorso interno, delle presenze di genere nelle strutture associative, per esempio. «Ciò avviene perché le donne, sia in Italia che in tutto il mondo, sono ancora sotto tutela» commenta Macchi «c’è un progetto nel Sahel che va avanti da più di venti anni: è un progetto molto interessante sulla desertificazione e ormai riguarda solo le donne, che non sono emigrate come gli uomini. Risulta, dalle varie relazioni prodotte, che le donne hanno partecipato al progetto come trasportatrici di sassi e di materiali vari, non sono ancora protagoniste, benché siano ormai le uniche beneficiarie delle azioni proposte». Secondo Macchi, «la discriminazione è ovunque: in Sudafrica le donne all’interno del parlamento sono il 30 per cento dei rappresentanti totali, la stessa percentuale di donne che hanno subito violenze sessuali». E’ vero però che dal Sud del mondo arrivano spesso proposte interessantissime: «C’è un protagonismo maggiore, noi donne occidentali siamo più rassegnate. Le donne africane, sudamericane, asiatiche sono molto più chiare, determinate, strategiche di noi». L’urgenza di agire è spiegabile dalle stesse statistiche: a livello mondiale, la prima causa di mortalità delle donne tra i 20 ed i 40 anni rimane la violenza domestica, «un dato che riguarda la Svezia come il Mozambico. L’applicazione di misure di tutela dei diritti umani delle donne è un problema generale». Nel dibattito italiano attuale, secondo Macchi «sull’aborto si paga una difficoltà più ampia del movimento femminista, l’incapacità di fare le giuste richieste per l’attuazione della legge 194: abortire in Italia vuol dire, ancora oggi, farlo in luoghi squallidi, sentendosi sempre un po’ colpevoli. D’altronde, il papa è in Italia, e si sente».
Il risultato maggiore di questa ricerca «è che gli uomini l’hanno letta, si sono interessati a un’analisi considerata, in genere, solo femminile. Inoltre, sarebbe urgente verificare quanto la cooperazione contribuisce al mantenimento della discriminazione di genere nei suoi interventi: vuol dire aggiustare il tiro partendo dalla realtà, che è una realtà politica, istituzionale, in cui le donne sono assenti».

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