Il 7 e l’8 marzo le piazze di tutta Italia sono state attraversate da una miriade di manifestazioni combattive e auto-organizzate, accomunate da uno slogan comune: «tra la festa, il rito e il silenzio..scegliamo la lotta», deciso nell’assemblea nazionale del «Sommovimento» femminista e lesbico a febbraio. Venerdì sera, a Roma, un corteo di centinaia di donne è partito da piazza Navona ricordando la battaglia di Marinella, stuprata proprio in quella piazza nel ’88 ed è finito a piazza Santa Maria in Trastevere. Nella notte tra il 7 e l’8 le femministe napoletano hanno invece dipinto sui muri della città enormi elettrodomestici–quelli che scandiscono il lavoro di cura svolto dalle donne–schiacciati da mani femminili: «re-inventati» l’invito rivolto alle donne dai muri della città, che la mattina dopo ha visto sfilare sotto la pioggia il corteo indetto dall’assemblea permanente delle donne a Napoli. Il 7 marzo ha visto una mobilitazione anche a Brescia, questa volta davanti alla filiale dell’Esselunga, per protestare contro l’aggressione subita da una cassiera della catena commerciale che aveva denunciato un abuso subito dall’azienda. Il giorno dopo la città lombarda è stata invece attraversata da una laica «via crucis» per «autodeterminare e autodifendere la vita delle persone». Il 7, a Taranto, il ponte girevole è stato simbolicamente occupato dalle lavoratrici delle pulizie per ricordare la rivolta [vincente] che le ha impegnate quest’estate. «Non vogliamo piangerci addosso – hanno dichiarato le lavoratrici–perché la forza siamo noi, perché la lotta delle donne è il futuro e la ricchezza, ed è proprio questo che fa paura a padroni, istituzioni, governi».
Otto marzo di lotta anche a Milano. Il collettivo maistat@zitt@ ha organizzato un irriverente «gioco dell’oka inkazzata», con cui ha rappresentato «gli infiniti ostacoli che una donna incontra nei diversi momenti della sua vita […] e le strategie di sopravvivenza quotidiana che ognuna mette in campo per riuscire a tenere insieme tutti i pezzi, la potenza del collegarsi alle altre». Più tardi le «oke inkazzate» hanno raggiunto il presidio che si stava svolgendo davanti alla Esselunga: più di 300 persone hanno pacificamente invaso il supermercato al grido di «per ogni cassiera picchiata e offesa siamo tutte parte lesa».
Anche a Bologna erano in tantissime, 4 mila, a manifestare, insieme alla Rete delle donne di Bologna, contro la violenza e gli attacchi alla libertà femminile. Ironici gli slogan: «194 metri sopra il clero», «Il mio desiderio non si gioca all’8», «Meglio Bologna di Ferrara». Ma il capoluogo emiliano è stato anche attraversato da un’altra manifestazione organizzata dal coordinamento «Quelle che non ci stanno» contro la violenza sulle donne e le lesbiche. Anche a Chioggia, il comune veneto che ha fatto propria la moratoria sull’aborto lanciata da Ferrara, mille donne provenienti da tutta la regione hanno dato vita ad un corteo determinato e comunicativo. A Torino le «sommosse» che hanno attraversato la città in corteo erano 10 mila. E poi Palermo, Firenze, Nuoro, Perugia, Livorno..il «Sommovimento» si è fatto sentire in tutta Italia. Ma l’otto marzo è stato attraversato anche da molte altre realtà. A Milano sono scese in piazza 8 mila persone, convocato dalla rete «194 ragioni» per «difendere in piazza la 194 e la libertà di scelta, sollecitare la responsabilità maschile, sottolineare la politicità delle relazioni tra i sessi», come dichiarano le organizzatrici. Diverse iniziative si sono svolte anche a Montebelluno, Reggio Emilia, Padova. Le donne del presidio No Dal Molin sono entrate nell’aereoporto per dire che ci sono «194 buoni motivi per opporsi alla nuova base militare al dal
molin; 194 buoni motivi per vincere la logica del controllo
che si vuole imporre con la costruzione di nuove basi come
con la negazione del diritto delle donne
all’autodeterminazione»
Tags assegnati a questo articolo: donne






