Sono 8 le donne indagate per gli aborti clandestini cui si sono sottoposte negli studi di un ginecologo genovese, che si è suicidato in seguito alle perquisizioni subite lunedì scorso. Per nulla preoccupato dal fatto che alcune donne si siano trovate di fronte alla necessità di abortire clandestinamente, Giuliano Ferrara, alla guida di una lista anti-abortista, non risparmia fantasiosi paralleli: «Sulle porte delle cliniche abortiste dovrebbe esserci lo slogan: ‘Abort macht frei’, così come all’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau c’era scritto ‘Arbeit macht frei» sostiene il direttore del «Foglio». Disinvolto, come al solito, nel sostituire la parola aborto con l’espressione «uccisione di un bambino», Ferrara non tralascia di far sapere quali ragioni siano valide per scegliere della propria vita decidendo se essere o meno madri [nessuna] e quali no: in questa seconda categoria c’è sicuramente la carriera. «A Genova è stato ucciso un bambino per un reality show», ha sentenziato il giornalista commentando la fuga di notizie sull’identità di una delle indagate. D’altra parte Ferrara non è il solo a ritenere inconcepibile che una donna possa decidere di interrompere una gravidanza indesiderata. I due grandi ospedali di Genova, Galliera e Gaslini – nel secondo dei quali lavorava il ginecologo che si è suicidato – sono entrambi presieduti dall’arcivescovo di Genova, al momento il presidente della conferenza episcopale italiana, Bagnasco. I medici dei due ospedali sono quasi tutti obiettori di coscienza, cosa che complica enormemente la vita alle donne che desiderano abortire.
Ma il problema non riguarda solamente il capoluogo ligure. Quello dell’obiezione di coscienza è un fenomeno in continuo aumento: vuoi perché facendo aborti non si fa carriera, vuoi per i carichi di lavoro che pesano sui medici non obiettori, vuoi per problemi morali, ben il 57 per cento dei ginecologi optano per l’obiezione di coscienza. È per questo che molte femministe hanno pensato che bisogna ripartire da qui se si vuole parlare della legge 194, che all’articolo 9 prevede l’obiezione. Nell’ambito di una campagna di «auto-difesa della vita», non quella astratta degli anti-abortisti, ma quella delle donne in carne ed ossa, il collettivo milanese miastat@zitt@ ha proposto di «obiettare gli obiettori»: «Se una cattiva legge permette, attraverso l’obiezione, di calpestare i diritti individuali, anche le/i cittadine/i hanno diritto di sapere chi sono coloro che le/i curano e di scegliere da chi farsi curare: che fiducia si può avere in quel/la ginecologo/a che costringe a inutili sofferenze in nome delle proprie convinzioni morali, pensando di aver dei diritti sul corpo dell’altra? Crediamo sia arrivato il momento non solo di rivendicare dei diritti ma anche di praticarli», scrive il collettivo, che propone di organizzarsi per rendere pubblici gli elenchi dei medici obiettori e boicottare le strutture sanitarie in cui ce ne sono di più. La campagna è stata già recepita in molte città. Anche a Bologna è stata lanciata la campagna «Boicotta chi decide per te», inaugurata con la denuncia pubblica della farmacia Sant’Antonio, che si rifiuta di vendere la pillola del giorno dopo. Davanti all’esercizio commerciale sono state rovesciate pillole di polistirolo, e le persone che passavano solo state informate dell’abuso della farmacia, che non vendendo il contraccettivo d’emergenza rischia di incorrere nel reato di rifiuto d’atti d’ufficio. La Curia bolognese ha gridato alla «strategia del terrore» nei confronti dei farmacisti che – illegalmente – praticano l’obiezione di coscienza sul contraccettivo d’emergenza. Ma la protesta ha già fatto scattare 17 denunce – per le/i manifestanti, naturalmente – per interruzione di servizio di pubblica necessità e manifestazione non autorizzata. Qualche settimana fa, sempre a Bologna, alcune femministe erano state intimorite e portate in questura mentre distribuivano il volantino per un presidio davanti al tribunale.






