Erano una quarantina le donne che ieri, davanti al tribunale di Perugia, hanno manifestato la propria rabbia per l’ennesimo caso di femminicidio, come le femministe umbre hanno scelto di nominare – utilizzando un termine coniato dall’antropologa messicana Marcela Lagarde – l’omicidio di Barbara Cicloni, per il quale è accusato il marito della donna. «Manifestiamo tutto il nostro dolore e la nostra rabbia [..] per tutte le donne che ogni giorno vengono annientate nella famiglia di stampo patriarcale che si rivela essere il luogo più lesivo per l’integrità psico-fisica della donna» ha scritto la rete delle donne umbre. Il presidio di ieri, che era stato lanciato come appuntamento condiviso dal «sommovimento» femminista e lesbico nell’assemblea nazionale del 24 febbraio, «viene da lontano – spiega un’attivista della rete – da un percorso fatto di iniziative, incontri, dibattiti in cui il movimento femminista umbro ha elaborato un pensiero differente sui femminicidi che si sono consumati sul nostro territorio: da Barbara Cicloni a Meridith Kircher i corpi e le vite annientate delle donne sono stati presi a pretesto per parlare d’altro: legalità, sicurezza, immigrazione». Le associazioni Giuristi democratici, Ossigeno, Differenza donna e il Comitato internazionale 8 marzo si sono costituite parte civile nel processo.
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