Annulata la pena di morte per Mumia Abu-Jamal

La notizia, per chi ha memoria, è di quelle che potrebbero lasciare il segno: la corte d’appello federale degli Stati uniti, a quanto ci risulta per la prima volta, fornisce un segno di speranza per Mumia Abu-Jamal, annullando la condanna a morte del giornalista radiofonico afroamericano il cui caso è da oltre venti anni una bandiera per il movimento internazionale contro la pena capitale. Sia chiaro: Abu-Jamal non ha affatto ottenuto una grazia. I tre giudici della Corte d’appello del Terzo circuito hanno ritenuto valido il suo verdetto di colpevolezza per l’uccisione di un poliziotto. Questo significa che lo stato della Pennsylvania, che ha la competenza territoriale del suo caso, può decidere di commutare la pena in ergastolo, oppure riaprire un procedimento entro 180 giorni per stabilire se Abu Jamal dovrà essere condannato a morte o al carcere a vita. In pratica, si apre la possibilità di celebrare un nuovo processo che potrebbe concludersi con una diversa sentenza.
Secondo i giudici d’appello, la giuria che condannò a morte Abu-Jamal nel 1982 a Philadelphia non era stata adeguatamente informata del fatto che le circostanze attenuanti potevano essere approvate anche a maggioranza semplice e non all’unanimità.
Ex militante delle Pantere nere, Abu Jamal fu accusato di aver ucciso il poliziotto bianco Daniel Faulkner, 25 anni, nel 1981. Per questo motivo, sono 25 anni che Mumia Abu-Jamal è in prigione in attesa di essere giustiziato. Quel giorno di dicembre, mentre era in taxi a Philadelphia, si fermò ad aiutare il fratello picchiato da un poliziotto. Nel diverbio che seguì, partirono colpi di pistola: Mumia fu ferito, l’agente restò ucciso. La dinamica è ancora oggi dubbia.
Oltre questo, altri dubbi profondi, di natura politica, gravano da 26 anni sul questo caso di omicidio. Wesley Cook, questo il suo nome di battesimo, scelse il nome swahili di Mumia al liceo, sotto l’influenza di un insegnante d’origine kenyota, aggiungendo Abu-Jamal alla nascita del suo primo figlio, Jamal. Al momento del suo arresto, nel 1982 era presidente dell’Associazione dei giornalisti neri. Per la sua attività radiofonica era stato ribattezzato «la voce dei senza-voce» e aveva duramente criticato la corruzione della polizia e dei dirigenti politici locali. Da tempo schedato e sorvegliato dall’Fbi, secondo molti movimenti per i diritti civili negli ambienti conservatori Usa non si aspettava che un minimo pretesto per chiudergli la bocca.
Lunghi capelli rasta, sguardo sereno, poi sempre più deciso, di Mumia non si hanno immagini recenti dopo che una legge «ad personam» lo ha impedito. Ma grazie ad una rete di radio radical americane, ogni settimana parla a milioni di persone. Commenta i fatti «dell’impero», si definisce «giornalista rivoluzionario» e, come nel caso del disastro di New Orleans, rimarca una volta di più che la questione razziale nel paese non si è mai chiusa. Giornalista e attivista per la difesa dei diritti degli afro-americani, soprattutto nel mondo radiofonico, l’oggi 53enne si è sempre proclamato innocente, affermando di essere stato vittima del razzismo del giudice e di una giuria composta da due afroamericani e dieci bianchi. Il suo avvocato, Robert Bryan, ha dichiarato di voler proseguire la battaglia per ricominciare interamente il processo e si è detto pronto ad andare fino alla Corte suprema.
In realtà, la storia giudiziaria di Abu-Jamal è lunga e piena di processi, impugnazioni, sentenze ed appelli: nel 2001 un giudice distrettuale confermò la condanna di Abu-Jamal ma annullò la sentenza di morte. Il verdetto fu impugnato sia dall’accusa, che voleva ad ogni costo l’esecuzione della pena capitale, sia dalla difesa, che pretendeva un rifacimento del processo. Da anni è il simbolo della campagna internazionale contro la pena di morte, emblema della lotta verso l’idea che lo stato uccida in nome della legge, della giustizia, della sicurezza.
Il caso Mumia è stato sostenuto da molte organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti tra cui Amnesty International e Human Rigths Watch, che hanno denunciato le irregolarità nel processo. In particolare, secondo Amnesty, tutti i processi contro di lui sono stati «sotto gli standard minimi internazionali». Dopo 26 anni nel braccio della morte, potrebbe essere la buona occasione per un processo normale. E Abu-Jamal potrebbe trovare giustizia in futuro, infatti la vittoria ottenuta è ancora incompleta: l’accusa può ancora chiedere di riottenere la pena capitale. Secondo il quotidiano Philadelphia Inquirer, è quasi certo che lo stato ricorrerà in appello.
Al suo fianco in questi anni si sono schierati anche l’arcivescovo Desmond Tutu, il cantante Bruce Springsteen o il pensatore Noam Chomsky, tutti convinti che Abu Jamal abbia subito un processo ingiusto e razzista. Tanto che in suo sostegno venne organizzata una manifestazione al Madison Square Garden e un gruppo di europarlamentari a Strasburgo gli rilasciarono un simbolico «passaporto per la libertà».

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