La triste profezia degli osservatori più attenti del mondo ultras è stata ulteriormente confermata. «Se spingerete i gruppi organizzati alla clandestinità e militarizzere gli stadi, non combatterete la violenza, semplicemente la sposterete da un’altra parte», avevano avvertito in molti: tifosi, analisti, operatori sociali.
Ieri pomeriggio, è successo di nuovo. In un’area di servizio della autostrada A21, nei pressi di Torino, un tifoso del Parma, Matteo Bagnaresi, 28 anni a settembre, è morto investito da un pullman di tifosi della Juventus che si stavano dirigendo allo stadio per assistere alla partita contro la squadra emiliana. Per alcune ore si è pensato a un nuovo caso Sandri, il giovane tifoso laziale ucciso in un autogrill, l’11 novembre scorso, da un colpo di pistola sparato da un agente della polizia stradale. La dinamica dei fatti ancora non è stata chiarita, alcuni testimoni parlano di un tentativo di aggressione nei confronti dei tifosi juventini e di una manovra maldestra dell’autista del pulmann. Immediata la decisione delle due società di rinviare la partita per rispetto dei familiari e degli amici del giovane tifoso. La morte di Bagnaresi è stata definita un «tragico incidente» dal capo della polizia Antonio Manganelli, che però ha assicurato «la prosecuzione delle indagini per chiarire tutta la vicenda» e ha precisato: «Secondo quanto mi è stato riferito dovrebbe comunque trattarsi di una situazione diversa rispetto a quella in cui fu ucciso il giovane Sandri».
Quel che resta è il dolore per la scomparsa di Matteo, ultras del Parma, fuori dagli stereotiopi, figlio di un dirigente della Barilla e di una insegnante, una vita spesa tra la passione per la curva e l’impegno politico e sociale. Matteo si era laureato da poco in Prevenzione sui luoghi di lavoro ed era impiegato in una cooperativa che fornisce alle aziende servizi sull’applicazione della legge 626 sulla sicurezza. Matteo era un ultrà dei Boys, il cuore del tifo parmense che ha compiuto 30 anni nel 2007. Era un tifoso «antifascista», come amava definirsi. Come Mario Lupo, il ragazzo ucciso a Parma nel 1972 da un gruppo di fascisti, che ancora oggi dà il nome al più importante centro sociale di Parma, più volte sgomberato e rioccupato. Diversi commentatori si sono subito scatenati contro la «violenza degli ultras», scavando nel passato di Matteo alla caccia di qualche macchia compatibile con l’accusa di aver aggredito il pulmann dei tifosi della Juventus.
Sono riusciti a trovare soltanto una diffida, il cosiddetto Daspo, scaduta lo scorso 10 gennaio, comminatagli a seguito degli incidenti e dell’invasione di campo del Tardini, in occasione della partita del 6 gennaio del 2005, proprio contro la Juventus. Matteo era conosciuto da tutti per il suo attivismo politico, sempre in prima fila nelle manifestazioni contro l’Alta velocità o contro il progetto di inceneritore locale.
In città, parenti, compagni e amici preparano i funerali di Matteo. Dagli amici della curva per ora nessuna dichiarazione, soltanto il timore che qualcuno provi a far passare la figura di Matteo per un teppista senza scrupoli. «Non piangiamo solo l’ennesima tragedia, la scomparsa di un tifoso, di un ragazzo che portava nel cuore i colori della propria squadra e la fede nel proprio gruppo – scrivono in un comunicato i ragazzi e le ragazze del Progetto Ultrà, che si occupano di conservare la cultura popolare del tifo, e dei Mondiali Antirazzisti, in cui ogni anno si incontrano centinaia di ultras antifascisti – Perdiamo un amico, una persona splendida che in questi anni ci è stata vicina, che ci ha aiutati e sostenuti, che ha condiviso con noi tante esperienze. Perdiamo soprattutto quella luce e quella magia che ti portavi appresso, quel sorriso che ci sapevi offrire in ogni istante, quella serenità e quell’entusiasmo che ti rendevano una persona davvero speciale».






