Un’altra morte di calcio. Dopo aver regalato le curve ai pochi gruppi che sono organizzati militarmente e spinto il tifo verso la clandestinità, magari vietando le trasferte o impedendo che vengano esposti striscioni il governo e gli organi di polizia dovrebbero prendere atto del loro fallimento. Non hanno fatto altro che alimentare una spirale di violenza e incomprensione reciproca.
Lo abbiamo scritto più volte in questi anni. Lo abbiamo ribadito ogni volta che si risaliva un gradino dell’escalation della cosiddetta «emergenza tifo violento». Ma gaspettando con preoccupazione le «puncicate», le coltellate alle gambe che stasera aspettano fuori dallo stadio Olimpico i tifosi del Manchester United che sono venuti a Roma per i quarti di finale della Champions League dobbiamo considerare anche l’altro lato del problema. Il «movimento ultras» come cultura giovanile uniforme e capace di darsi un codice e uno stile, persino un’etica, è morto e sepolto. Quella galassia di gruppi che negli anni scorsi, ad esempio, ha coniato lo slogan «Basta lame basta infami» è maggioritario in termini assoluti ma ha perso qualsiasi egemonia, al di là di qualche gradinata felice. E’ stato soppiantato dai fantasmi evocati dal neo-calcio, ma anche dall’impossibilità di rapportarsi a fenomeni complessi. Sono problemi che affliggono anche i movimenti sociali e le organizzazioni politiche, figuriamoci se non sono in grado di fare a pezzi anche una cultura spontanea, debole e contraddittoria come quella del tifo organizzato. Citiamo a caso: il rapporto con la violenza, le provocazioni di polizia e le formule degli apprendisti stregoni dei mass-media, l’infiltrazione di imprenditori politici e speculatori estremisti, l’incompetenza di chi gestisce l’ordine pubblico.






