C’è una cosa che sicuramente non manca a Giuliano Ferrara: la perseveranza. Armato della cristiana virtù, il sacerdote della crociata contro l’aborto non demorde. Di città in città, nelle sale comunali o nelle parrocchie, nelle piazze o negli auditorium, l’ingombrante ideatore della «moratoria sull’aborto» continua a presentare la sua lista elettorale «aborto, no grazie» ai pochi che accorrono ad ascoltare il verbo della «difesa della vita». Qualche metro più in là, ad ogni tappa, le immancabili contestazioni. C’è chi esibisce mazzetti di prezzemolo, a ricordare che l’aborto clandestino – in aumento in questo clima cupo – uccide, chi lancia uova rosse, chi presidia rumorosamente – con pentole, tamburi e sound system–i luoghi dei comizi del giornalista. Gli slogan sono ironici e «politicamente scorretti»: «Ferrara tieniti la tua panza che noi pensiamo alla nostra gravidanza» a Firenze, «Ferrara, sei inconcepibile. Fuori dalle nostre città» a Padova. Il tour di Ferrara è iniziato in Veneto a marzo: Verona, Conegliano Veneto [Tr], Padova. In tutte le città il peso massimo del fronte anti-abortista italiano ha trovato a contestarlo nutriti gruppi di donne. A Padova la polizia ha anche caricato le manifestanti che provavano ad avvicinarsi senza autorizzazione a palazzo Moroni, sede del comizio di Ferrara.
L’aspirante santone dei «pro-life»–non nuovo alle provocazioni–ce l’ha messa tutta, in questa campagna elettorale, per attirare l’attenzione. Ultima trovata in ordine cronologico la proposta di scrivere «abort macht frei» sulle porte delle cliniche che praticano aborti, a richiamare il tristemente celebre «arbeit macht frei». Il grande comunicatore non aveva considerato che abort in tedesco significa latrina. Ma anche l’involontaria ironia non è servita a portare più adepti ai comizi della sua lista. A Torino, il 27 marzo, il palco che era stato allestito in piazza Castello è stato disertato da un Ferrara decisamente sotto-tono: una rapidissima conferenza stampa sotto i portici ha sostituito il comizio previsto, dato che la piazza era deserta. O meglio, era animata solo da un nutrito gruppo di contestatrici chiamate dal coordinamento delle «Sommosse-Torino», che gli ha ricordato che sui propri corpi decidono le donne. La contestazione ha colpito il tour dell’indefesso Ferrara anche a Firenze, dove un centinaio di donne convocate da Donne in movimento si sono mosse in corteo verso la piazza del comizio anti-abortista.
A Livorno lo scorso sabato, il direttore del Foglio era stato invitato dal parroco in persona. All’iniziativa era prevista anche la presenza del sindaco, che l’ha disertata dopo che una delegazione del collettivo C-attive gli aveva fatto notare «l’inopportunità» di presenziare un simile evento. Nella città toscana le manifestanti erano circa 200. Sessanta, invece, i presenti nella sala parrocchiale. Sarà stato per paura di un altro «buco nell’acqua» che un candidato bolognese della lista «aborto, no grazie», Giovanni Salizzoni, ha inviato l’invito per il comizio previsto oggi pomeriggio nel capoluogo emiliano anche su una mailing list di femministe e lesbiche. La Rete delle donne di Bologna, ha educatamente declinato l’invito con una lettera aperta http://retedelledonnedibologna.blogspot.com, e oggi non sarà in piazza per evitare di dare visibilità al candidato anti-abortista. L’invito è stato invece entusiasticamente raccolto dalla Rete per l’autodeterminazione pro-fight, che questo pomeriggio sarà in piazza Maggiore per «accogliere» Ferrara. Il quale, ormai abituato alle contestazioni che incontra in ogni città, ha invitato lo «sceriffo» Cofferati a mandare qualche ruspa in suo aiuto: «Le ruspe le ha già mandate parecchie volte – spiega il giornalista sull’edizione bolognese del la Repubblica–Speriamo lo faccia di nuovo e si dimostri all’altezza della sua fama. O almeno che mandi molti carabinieri».
Domani il tour di Ferrara toccherà le Marche. Le Comunità resistenti Marche hanno già lanciato due appuntamenti: alle 17.30 a Pesaro [piazza del Popolo] e alle 20.30 davanti al teatro Dorico di Ancona.






