Stamattina ho sentito che la Regione Marche ha deciso di autorizzare l’uso terapeutico della cannabis e ho avuto due reazioni uguali e contrarie. La prima è stata di soddisfazione: è tanto tempo che in molti diciamo che questa è prima di tutto una misura di civiltà e comunque una terapia efficace in grado di fare fronte a molte e gravi patologie. La seconda è stata di rabbia quando mi sono «ricordata» che quasi due anni fa sono stata io, nella Regione Lazio, a presentare un disegno di legge proprio su questo tema.
Due anni passati come un fulmine in cui ho avuto i miei bravi momenti di «gloria» quando mi sono ritrovata, a mia insaputa, sulla prima pagina di Repubblica e le mie sonore batoste come quando la mia proposta di legge è stata bocciata dalla commissione politiche sociali grazie al sodalizio «trasversale» tra destra e Udeur. Due segnali opposti non si dovrebbero elidere, invece così è stato perché dalla bocciatura in commissione e nonostante spetti alla commissione sanità l’ultima parola, il mio disegno di legge si è inabissato.
Così stamani ho fatto prevalere la mia reazione furibonda e ho chiamato il presidente della commissione sanità per chiedergli per l’ennesima volta che fine ha fatto la mia legge. Gli ho anche ricordato che a firmarla, a suo tempo, è stato anche lui e che la nostra regione avrebbe potuto vantare questo «primato» da molto tempo, se solo non avessero prevalso malumori intestini [o intestinali?].
La sua risposta è stata che sì, dopo le elezioni, ha intenzione di portare subito in commissione una proposta della opposizione e una della maggioranza, cioè la mia. Gli ho allora ingenuamente chiesto come pensa di risolvere il piccolo dettaglio di un pezzo di maggioranza [già mi suona strano definire maggioranza l’Udeur] contrario. A quel punto l’ho sentito spaesato, quasi demoralizzato. Così gli ho suggerito di parlarne con i «colleghi» delle Marche. Chissà che non riescano a convincerlo.






