Una tendopoli a Roma per il diritto alla casa

Domenica 6 aprile, per molti, sarà ricordato come «il giorno dell’indignazione». Ieri, alle 9 puntuali, circa cinquecento persone, tra famiglie italiane, migranti, giovani coppie, single, hanno varcato i cancelli del complesso residenziale di proprietà del signor Santarelli, noto costruttore romano. Le case si trovano a largo Luchino Visconti, a metà strada tra Vigne Nuove e Bufalotta, periferia nord est della capitale, a due passi dal centro commerciale Porta di Roma, «il più grande in Europa». Il Blocco precario metropolitano [una rete che vede insieme i centri sociali Horus e Astra, il sindacato degli inquilini AS.i.a.-Rdb, studenti e precari di zona] ha lanciato la sfida alla rendita privata che, in questo territorio a cavallo del raccordo anulare, ha il volto di 10 mila appartamenti privati. I nomi sono ultranoti: Lamaro, Parnasi, Caltagirone e Santarelli; quest’ultimo ha raggiunto la cifra record di 70 mila metri cubi di edilizia residenziale. I vecchi piani di zona e il nuovo Piano regolatore non prevedono nemmeno una casa per l’edilizia popolare. Qualche mese fa, il Municipio IV, sulla spinta delle proteste di comitati e movimenti, ha bocciato il Piano Bufalotta, la delibera 218 firmata dal Comune di Roma che faceva un bel regalo ai costruttori: il cambio di destinazione d’uso di un milione di metri cubi, da servizi a edilizia residenziale privata, per un totale di altri 5 mila appartamenti. Una speculazione gigantesca che prevedeva una mancia di qualche milione di euro di «oneri concessori» per «interventi pubblici»: tra questi, il prolungamento della metropolitana e il museo della Shoa.
Gli appartamenti sono quasi ultimati, mancano soltanto le rifiniture. Il complesso si presenta come un residence con strutture comuni: un giardino con alberi di ulivo, aiuole curate e una grande piscina olivoidale. Non si tratta di una occupazione vera e propria ma di un presidio che oggi pomeriggio si trasformerà in un «picchetto itinerante» nel centro della città. L’indicazione era chiara: non bisognava occupare gli appartamenti per non alimentare una guerra disperata con le famiglie che hanno opzionato le case, appartamenti medi-piccoli che costano però dai 330 mila euro in su.
I numeri della capitale sono drammatici: 50 mila famiglie in emergenza abitativa, 70 per cento degli sfratti per morosità, quasi mille euro la media del costo degli affitti. In questo scenario, l’edilizia residenziale pubblica copre appena il 4 per cento degli aventi diritto. Il Comune da dieci anni parla di «nuovi piani per l’edilizia pubblica», ma a parte le duemila case dell’Ater di Tor di Nona, nulla è stato fatto. Il [probabile] futuro sindaco Rutelli parla ora di un «piano straordinario di 20 mila case popolari».
«A pochi giorni dalle elezioni, la questione casa torna al centro dell’agenda politica–ha spiegato Paolo Di Vetta – Abbiamo presidiato per due giorni un complesso di 190 appartamenti privati, non certo di edilizia popolare. L’obiettivo dell’iniziativa è l’apertura di un tavolo di trattativa affinché il 15 per cento delle nuove abitazioni private venga concessa per l’edilizia popolare». Reazioni scontate di condanna da parte del prefetto, del comitato Rutelli e di Alemanno, che hanno chiesto subito lo sgombero. Il presidente del Municipio IV, Alessandro Cardente, ha garantito la «disponibilità dell’amministrazione a convocare un tavolo di confronto tra occupanti e costruttori». Pieno sostegno dalla sinistra arcobaleno municipale che vede nel presidio «l’urgenza e la necessità di un intervento pubblico a sostegno delle migliaia di cittadini senza casa, sotto sfratto, o in forti difficoltà economiche per gli affitti elevati e i mutui troppo alti». In questo momento, gli occupanti si stanno dirigendo verso il centro della città con un lungo corteo di automobili, issando la scritta «Diritto alla casa». Da stasera, a piazza Venezia, trecento famiglie senza casa allestiranno la «città della dignità». Primo invitato, Francesco Rutelli.

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