La 194 e il «mantra» della «piena applicazione»

Avrà mica implicitamente annunciato la propria adesione alla «moratoria sugli spermatozoi» lanciata dalla associazione federativa femminista internazionale, il nuovo presidente del consigllio? C’è infatti da chiedersi quali siano le «cause naturali» che costringono le donne all’aborto che Silvio berlusconi ha dichiarato di voler eliminare pronunciando alla camera il suo discorso di insediamento. L’illusione dura poco, il «piano per la vita e per l’infanzia» annunciato dal nuovo presidente del consiglio non lascia presagire nulla di buono. «Nuove e consistenti risorse al fine di incrementare lo sviluppo demografico» è il messaggio di Berlusconi. Poco importa che l’andamento della natalità e quello dell’aborto non abbiano nessi diretti. E a dirlo è – oltre al buon senso–la relazione annuale sull’applicazione della legge 194 presentata dal ministero della sanità al parlamento nel febbraio scorso. Nei paesi in cui la natalità è cresciuta a causa di politiche specifiche non è diminuita l’incidenza dell’aborto, almeno non in quelli in cui non è stata diffusa una maggior conoscenza della contraccezione. Ma c’è di più: «laddove è stata temporaneamente modificata la legislazione in termini di eliminazione della legalizzazione dell’aborto, per favorire una ripresa della natalità, si è osservato un aumento della mortalità materna senza alcuna modificazione del trend precendente della natalità», si legge ancora nella relazione del ministero. Sono parole che fanno ancora più impressione se accostate a quelle del papa, che hanno generato un nuovo polverone intorno alla legge 194. La legge che ha reso legale l’interruzione volontaria della gravidanza avrebbe, secondo il pontefice, «svilito il valore della vita e aperto nuove ferite nella società. […] Da quando in Italia è stato legalizzato l’aborto ne è derivato un minor rispetto per la persona umana, valore che sta alla base di ogni civile convivenza, al di là della fede professata». Ma la legge, anche nel Pdl, sembrano volerla toccare in pochi. O poche. Stefania Prestigiacomo è una di queste. In un’intervista al Corriere della Sera, dichiara di essere «stanca di sentir ripetere che la 194 no si tocca. Non lo accetto. È una legge di 30 anni fa; dobbiamo tener conto dei progressi scientifici. A 22 settimane, il feto è già un bambino». Musica per le orecchie del governatore della Lombardia, il forzista Formigoni, alle prese ieri con la sentenza del Tar che annullava provvedimento regionale che andava proprio in questo senso. Qualche mese fa, ispirandosi ad un regolamento interno della clinica Mangiagalli di Milano, la regione aveva individuato la ventiduesima settimana come tempo limite per l’aborto terapeutico [per prassi il limite è individuato nella ventiquattresima settimana: prima di allora non è possibile effettuare importanti esami diagnostici]. Oggi la giunta regionale si riunirà per discutere per decidere se ricorrere al Consiglio di Stato contro la sentenza del tribunale amministrativo, che ha attribuito al solo stato centrale la possibilità di prendere decisioni di questo tipo.
«Il problema non è discutere la legge, ma applicare una cultura della vita che in questi trent’anni è stata svilita» dichiara invece la neo-ministra delle pari opportunità Mara Carfagna. «Serve una normativa a favore della famiglia che incentivi le nascite e a favore delle donne affinché rinuncino ad abortire».
Da più parti si ripete come un mantra che le legge 194 «non va toccata, ma applicata in tutte le sue parti» e sempre più medici hanno seguito il consiglio alla lettera. L’obiezione di coscienza, prevista dall’articolo 9 della legge 194, è cresciuta esponenzialmente negli ultimi anni: riguarda quasi il 70 per cento dei ginecologi in Italia. L’83 per cento in Campania. Non stupisce, quindi, che quella dell’aborto clandestino sia una realtà sempre più diffusa. È di ieri la notizia dell’indagine su alcune cliniche private napoletane che praticherebbero aborti illegali a caro prezzo, speculando sulle lunghissime liste d’attesa provocate dalla carenza di personale non obiettore e mezzi nelle strutture pubbliche.

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