Al Pigneto il fascismo della città globale

Due giorni dopo il raid razzista, il quartiere del Pigneto, la Roma dei movimenti e della solidarietà, le reti sociali e le associazioni di migranti stanno ancora discutendo. Dopo il raduno spontaneo di sabato e la grande e partecipata assemblea di ieri, il quartiere multietnico stretto tra la via Casilina e la Prenestina non smette di incontrarsi nell’isola pedonale che di mattina ospita il mercato e che la sera si trasforma in luogo di incontro e socialità per migliaia di persone. Oggi alle 18 un corteo riempie le strade, per far sapere a tutti che da queste parti nessuno ha voglia di ritornare alle strade buie e insicure di qualche anno fa. Con mille contraddizioni il Pigneto è un posto vivo ed effervescente, un luogo in cui è possibile produrre cultura senza doversi spostare in centro o innalzare barriere verso i «diversi». Un luogo che ha fatto dell’identità plurale la sua forza, e che non ha nessuna intenzione di tornare al pensiero unico, marginale e rancoroso della periferie frustrata e in guerra col mondo. Non è questa l’aspirazione della maggior parte delle persone che vive il Pigneto.
Il corteo di questo pomeriggio incrocia anche i campetti di calcetto al di là dell’isola pedonale, nella parte meridionale. A sentire le prime ricostruzioni degli abitanti e l’esito delle indagini dei carabinieri, è da quelle parti che è partito il raid xenofobo che sabato scorso ha colpito tre negozi del quartiere. Il paradosso delle ultime ore è sotto gli occhi di tutti: i giornali descrivono con dovizia di particolari alcuni degli autori dell’aggressione, gente conosciuta al Pigneto. Manca solo che scrivano il nome di alcuni di essi. Qualche nome circola, se chiedi chi è stato la gente te lo dice. Te lo ripetono a bassa voce, innalzando le sopracciglia come a prendere le distanze. Il rebus del Pigneto, quello che anima le discussioni dei tanti che in questi giorni sono andati all’isola pedonale per capire cosa stava succedendo, è questo. E’ evidente a chiunque guardi agli eventi degli ultimi giorni che si sia trattato di un’aggressione fascista, un atto di squadrismo che ha un immaginario di riferimento ben preciso: le violenze da stadio dell’estremismo di destra e le ronde di quartiere che tanto piacciono ai partiti della destra di governo.
Chi comandava la bandaccia xenofoba, lo scorso sabato pomeriggio, ha agito a volto scoperto. Ha commesso questa imprudenza perché si sentiva protetto, «a casa sua». Ha pensato di riuscire a dominare ancora con le armi della paura e del «vincolo di sangue», un territorio che invece non ha nessuna intenzione di farsi irregimentare, che sta cambiando velocemente e che non può tornare indietro. Il cambiamento suscita la frustrazione di chi non ha gli strumenti per comprenderlo e governarlo, di chi si trova di fronte a processi più grandi di lui. E’ inutile cercare di nasconderselo, la faccia felicemente multietnica di questo territorio si accompagna alla gentrification, alle speculazioni di una zona della città al centro di appetiti immobiliari. Sono due aspetti della metropoli contemporanea, due facce della globalizzazione applicata alle città, e non saranno certo le invasioni barbariche di persone che si definiscono «abitanti storici» [definizione quanto mai ambigua e razzista] a impedire che i flussi di persone, culture, capitali [tutto insieme, tutto irrimediabilmente e conflittualmente collegato] trasformino questo territorio.
L’odio cieco di una banda di periferia e il clima da guerra civile del Berlusconi IV, l’adrenalina della cocaina e il protezionismo delle piccole patrie della Lega e di Tremonti, vanno a braccetto. Sempre di fascismo si tratta, ma di un fascismo geneticamente modificato. Le comunità più immaginarie che reali, ma non per questo meno pericolose, portano con loro il patrimonio di violenza e frustrazione che il nazifascismo ha sempre strumentalizzato. Ma collocano violenza e frustrazione in un contesto nuovo, quello delle città globali e dei quartieri multietnici.
Lo scenario è quello che ci ha descritto efficacemente Saskia Sassen, quello delle città che sono i cuori pulsanti del mercato globale, che rispondono alle crisi finanziarie e ai suoi stimoli con la rapidità di un clic di mouse, che tendono ad azzerare le distanze sia su scala planetaria che su quella locale, tra centro e periferia. Il Pigneto è il centro degli atelier artistici o la periferia dei call center dei bengalesi: tutto si confonde. E a uno scenario inedito, che con le sue trappole e le sue possibilità si dipana sotto i nostri occhi, dovrebbe corrispondere una risposta inedita.

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