Con la chiarezza che le è propria e con l’abituale stile asciutto, Amnesty international ha allegato all’ultimo rapporto sulla situazione dei diritti umani nel mondo, un lungo capitolo che riguarda l’Italia. E’ una lettura molto istruttiva, perché in una decina di pagine offre una geografia essenziale delle principali violazioni dei diritti umani commesse dagli apparati dello stato che dovrebbero invece garantire il loro rispetto. Il fatto che il rapporto, presentato ieri, cada in un clima di esasperata caccia agli «irregolari» di ogni tipo non deve distrarre. Certo, i ricercatori di Ai non potevano non tenere conto del clima creatosi dopo le elezioni di un mese e mezzo fa, che si prepara a condensarsi nell’insieme di decreti e disegno di legge del nuovo, ennesimo, pacchetto sicurezza. Tuttavia, il rapporto non manca di sottolineare la continuità delle cattive abitudini italiane in fatto di diritti umani. Abitudini che si sono manifestate in modo clamoroso a Genova nel 2001, che sono proseguite durante il primo governo Berlusconi, ma che sono andate avanti, immutate o addirittura peggiorate, nel biennio di Romano Prodi. Impunità delle forze dell’ordine, compartecipazione alla rete delle rendition della Cia, mancanza di una legge sulla tortura, violazioni delle norme internazionali sul diritto di asilo, trattamenti discriminatori contro i migranti e i rom, collaborazione con regimi come quello tunisino e quello libico… l’elenco è lungo. Vederlo scorrere così, un fatto dopo l’altro, può forse aiutare a capire dov’è successo che la coscienza civile italiana si è assopita. Fino a non riconoscere nelle cronache delle ultime settimane i sintomi di una malattia a lungo incubata.
Tags assegnati a questo articolo: Italia






