Nella sostanza, la politica di «sicurezza» del governo Berlusconi e delle amministrazioni di centrosinistra che hanno scelto di seguirne l’esempio, si basa su questo indimostrato assunto. Che, cioè, la vista di una divisa, mimetica o da vigile urbano che sia, basta a dissuadere dal commettere reati o dal tenere comportamenti poco «decorosi» sulla pubblica piazza. In Italia il rapporto tra «cittadini in uniforme» e «cittadini in abiti civili» è già uno dei più alti in Europa ma anche questo dato, come quelli che riguardano il calo dei reati, è irrilevante. Il problema è la percezione della sicurezza e non la sicurezza reale, quindi i cittadini in borghese devono «vedere» e sentire la presenza dello stato nella sua forma più primordiale, il gendarme. Gli spot di questo tipo, però, sono pericolosi. Perché modificano, ogni volta un po’ di più, il senso comune. Se la stessa proposta fosse stata fatta dal primo governo Berlusconi, che pure già aveva tra i famosi slogan «città più sicure», ci sarebbero state ben altre reazioni da parte dei sindaci oggi «democratici» e da parte della cosiddetta opposizione. Oggi, invece, c’è un balbettio imbarazzato in parlamento e un sostanziale consenso nelle amministrazioni locali. La percezione si fa realtà e detta il ritmo di una delega sempre più ampia: supercommissari per i rifiuti, quelli per i rom, generali per la «sicurezza» nelle città. Il tema centrale delle scorse elezioni, la distanza tra il «palazzo» e i cittadini, si sta risolvendo con il «palazzo» che usa le ronde in grigioverde e la sorveglianza armate sulle discariche per riconquistare credibilità, almeno quella percepita. Dopo un po’, però, la divisa affascina solo chi la indossa.
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