Se almeno non ci fosse l’urgenza «politica» di fare presto, il più presto possibile, quel che sta capitando a rom e migranti sembrerebbe forse un po’ meno disumano. Invece, proprio la fretta di mostrare i muscoli, di compiere una «derattizzazione» totale, come amano definire quel che sta succedendo alcuni media di regime, crea un ingorgo inutilmente feroce, totalmente costruito sull’effetto annuncio.
Sembra piuttosto evidente, infatti, che alcuni dei provvedimenti preannunciati non potranno essere attuati perché del tutto incostituzionali o contrari alle direttive europee o perché mancano di alternative possibili [come la chiusura dei campi rom annunciata dal ministro], ma non importa. L’importante è rendere credibile il teorema, far sì che i cittadini pensino che prima o poi potrebbe essere realizzato, e il gioco è fatto.
Si introduce il dubbio, si dà credito a una ipotesi e l’ipotesi diventa concreta. Ecco perché oggi l’Unione europea potrà approvare una direttiva sulle espulsioni che contempla la detenzione senza processo nei Cpt per diciotto mesi. Ecco perché il ministro Maroni può serenamente parlare del reato di clandestinità e prefigurare, per i bambini migranti, il divieto di andare a scuola.
Ecco perché è semplicemente grottesco, in questo tsunami, «festeggiare» il 20 giugno la giornata mondiale del rifugiato. Rifugiato, scrive wikipedia «indica chi è fuggito o è stato espulso a causa di discriminazioni politiche, religiose o razziali». Presto potrebbe non esserci luogo al mondo né mondo abbastanza grande per i rifugiati. Le parole, alcune parole, sono troppo importanti perché si possa rischiare di perderle. Teniamole da conto.
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