Il senato ha approvato ieri l’uso dei soldati per «confortare» i cittadini insicuri e far salire la soglia di sicurezza percepita. Tremila militi per le strade. Poco meno di quanti ce ne sono schierati in Afghanistan a rassicurare la popolazione civile circa le buone intenzioni della coalizione internazionale. Più o meno quanti ce ne sono in Libano, a rassicurare gli israeliani che Hezbollah non attaccherà e viceversa. Mentre il senato votava, le truppe della Nato attaccavano i sobborghi di Kandahar, da dove, secondo i comunicati dei vertici militari, i talebani o quel che è la guerriglia afghana, sono stati «espulsi» dopo combattimenti nemmeno troppo pesanti. Non sarebbe la prima volta che i militari prendono il controllo di una città afghana, per scoprire subito dopo che la guerriglia è in grado di riorganizzarsi altrove e, se serve, riprendere il terreno perduto. Il punto, in Afghanistan, è che la Nato e dunque i governi dei paesi che ne fanno parte, non ha una strategia che non sia muscolare e armata. Le Ong afghane hanno ripetuto, anche nella conferenza internazionale di Parigi, poche settimane fa, che invece bisognerebbe spendere molto di più sulla ricostruzione e capire anche come farla, senza affidarsi al governo Karzai, ma coinvolgendo i civili che i militari, in teoria, dovrebbero proteggere. La Nato sta scoprendo, controvoglia, che i militari servono solo a fare la guerra. Non vanno bene per portare aiuti alimentari o costruire scuole, e meno ancora per ricostruire un tessuto sociale o «portare la democrazia». Il «senso di sicurezza» non aumenta quando ci sono in giro più divise e più armi. A Kandahar come a Roma, il dito sul grilletto rende sempre nervosi.
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