Femminicidio Cicioni: le associazioni non umbre non possono costituirsi parte civile

Due presidi, uno davanti al tribunale e uno in piazza della Repubblica. A Perugia la Rete delle donne umbre e il Sommovimento femminista sono scesi in piazza stamattina in occasione della prima udienza del processo per il femminicidio di Barbara Cicioni. Il marito della donna è accusato di averla malmenata e uccisa. «La sacra famiglia uccide», gridavano le donne del Sommovimento, mentre in aula si svolgeva l’udienza. Delle 5 associazioni impegnate contro la violenza sessista e per l’autodeterminazione delle donne, solamente 2 – Telefono Rosa e l’associazione 8 marzo – sono state ammesse come parte civile nel processo insieme alla madre e ai figli di Barbara Cicioni. Sono rimaste escluse «Differenza donna», che gestisce diversi centri anti-violenza, Giuristi democratici e Ossigeno onlus perché non hanno una sede in Umbria. «Affermare che condotte così lesive dei diritti umani delle donne come quelle per cui è imputato Spaccino che gli stessi giornali hanno definito ‘femminicidio’, abbiano un valore solamente locale – ha dichiarato Spinelli dei Giuristi Democratici – significa negare che riguardano la società tutta».

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