Il 26 giugno è la giornata internazionale contro la tortura. Non è una celebrazione retorica, ma l'affermazione dell'urgenza di combattere una barbarie che non conosce confini. E l'Italia ha molto da farsi perdonare e poco da celebrare.
«L’Italia si presenta al 26 giugno, Giornata internazionale per le vittime di tortura, impreparata e in ritardo rispetto all’obbligo internazionale di prevenire e reprimere la tortura». Comincia così il comunicato di Amnesty international che invita il governo italiano a colmare un grave vuoto legislativo. Nel codice penale italiano non è previsto il reato di tortura. Non è un vuoto «retorico» come non è retorica la ricorrenza che spinge Amnesty a fare pressione, ancora una volta, perché la falla sia riempita. La tortura, infatti, non è una pratica confinata ai regimi tirannici che costellano il mondo, né una pratica in via di sparizione. E’ anzi parte del panorama delle pratiche inumane «tollerate» quando non apertamente usate e incoraggiate da un numero sempre maggiore di paesi che si considerano «democratici» e civili.
Se ci fosse stato il reato di tortura, per esempio, l’inchiesta di Genova sui maltrattamenti subiti dai manifestanti anti-G8 nella caserma di Bolzaneto, nel luglio del 2001, non correrebbe il rischio di essere bloccata dal decreto «sospendi-processi» appena approvato dal senato. Se ci fosse stato il reato di tortura, per esempio, l’Italia dovrebbe rispondere della complicità di ben due governi, Berlusconi e Prodi, nella rete delle rendition costruita dalla Cia. Se ci fosse stato il reato di tortura, ancora, l’Italia dovrebbe rispondere della complicità con la polizia segreta marocchina, che torturava nel 2003, nella prigione di Témara, Abu Elkassim Britel, cittadino italiano, vittima di rendition. La Digos di Bergamo – città dove riesdeva Britel e dove vive tutt’ora sua moglie, Khadija Pighizzini – sapeva benissimo a che tipo di interrogatori era sottoposto. Perché la fama del carcere di Témara è talmente sinistra da superare la segretezza che lo avvolge. Se ci fosse stato il reato di tortura, ancora, l’Italia dovrebbe rispondere non solo del sequestro dell’ex imam Abu Omar ma anche dei maltrattamenti che ha subito quando è stato consegnato alla polizia egiziana. E se ci fosse il reato di tortura, infine, l’Italia dovrebbe essere sotto inchiesta per la sorte dei sei tunisini detenuti, innocenti, a Guantanamo, interrogati da agenti della polizia e dei servizi segreti italiani, in almeno tre occasioni, come documentato dal recente rapporto dell’Ong britannica Reprieve.
Se ci fosse il reato di tortura nel nostro codice penale, salterebbe la politica di accordi di rimpatrio dei migranti verso paesi «terzi», che poi sono dittature «amiche», come quella di Ben Ali, in Tunisia, e quella di Gheddafi in Libia. Il trattamento che il regime del colonnello libico riserva ai migranti di altri paesi [soprattutto eritrei, in fuga da un’altra dittatura che mantiene buoni rapporti con l’Italia] rinchiusi nei campi, finanziati dall’Italia, in mezzo al deserto non è altro che tortura. E tortura potrebbe essere qualificata anche la condizione di molti detenuti nelle carceri italiane o dei migranti rinchiusi nei Cpt. Per questo l’appello di Amnesty e di molte altre organizzazioni di difesa dei diritti umani non è retorico. Perché la tortura è una nuvola minacciosa sulla credibilità democratica e sulla civiltà giuridica italiana, troppo preoccupata dei presunti reati dei potenti per preoccuparsi dell’indebolimento dei diritti dei deboli.
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