C’è una tradizione nobile che attraversa le sinistre radicali e non, di lotta o di governo, di palazzo o di movimento e che rivendica l’«autonomia del politico» nella costruzione di nuove soggettività e percorsi di liberazione. Ieri Mario Tronti, uno dei più lucidi pensatori di questa corrente, in un’intervista al manifesto notava che la destra è tornata a fare la destra: xenofoba, protezionista e autoritaria. Una osservazione che voleva essere rassicurante: il berlusconismo come anima inquieta delle nuove figure sociali sarebbe al capolinea, torna la destra reazionaria che conosciamo. Se così fosse, leggere le intercettazioni in cui il presidente del consiglio parla di donne con alti dirigenti del servizio pubblico televisivo come se si trovasse al mercato delle vacche sarebbe un esercizio inutile. Una forma di vouyerismo. O, peggio ancora, un viatico per incappare nella stanca denuncia moralistica delle malefatte dei potenti: ieri Mastella, oggi Berlusca tutto è uguale a tutto, e le coscienze si assuefanno.
Invece, quelle grottesche scenette sono lo specchio dell’antropologia dell’Italia di questi tempi. La «sicurezza» della destra con la bava alla bocca fa il paio con la vita inquietante da personaggio di commedia vanziniana dell’uomo che l’ha sdoganata e finanziata a suon di miliardi. La stragrande maggioranza degli italiani ripone fiducia in questa alleanza tra reazione rancorosa e bassezza morale. Come ha fatto notare Walter Siti ne «Il contagio», deflagrante romanzo sulle periferie romane, cinquant’anni fa Pasolini si allarmava perché l’egoismo della borghesia stava contaminando anche l’austera morale dei proletari. Allora, la decadenza partiva dal centro per investire la periferia. Oggi accade il contrario: i marginali senza classe che si abbandonano all’odio tagliano trasversalmente le nostre città. Berlusconi è il paravento perfetto del degrado. Il leader ideale per muoversi in un terreno scivoloso in cui tutto diventa margine, terreno di scontro, ricerca di un alibi. Per costruire una mappa di quel terreno serve indagare il fenomeno dei tronisti di Maria De Filippi più che denunciare le malefatte politiche, ormai arcinote a chiunque, del Caimano.






