Un fiume gioioso e colorato. E’ stato questo il Pride nazionale, che quest’anno si è tenuto a Bologna e che sabato ha portato per le strade cittadine 200.000 persone, secondo gli organizzatori. La piattaforma di quest’anno [www.bolognapride.it] parlava di dignità, pari diritti, battaglie contro la violenza, il patriarcato, l’ingerenza vaticana. Temi che sono stati affrontati in un documento di rivendicazioni: dall’estensione della legge Mancino all’orientamento sessuale fino all’abolizione della legge 40, passando dal recepimento di norme europee contro la discriminazione sui luoghi di lavoro. Quest’anno c’erano più slogan e cartelli, a testimonianza di un movimento che ha voluto ribadire le sue ragioni nonostante la delusione del precedente governo e i pessimi segnali che stanno arrivando dal nuovo. Il corteo parte alle 14.30 da Piazza Ravegnana, in pieno centro. Apre lo striscione «Dignità Parità Laicità». Dietro molti rappresentati politici e del movimento LGBT come Vladimir Luxuria, Marcella Di Folco del MIT, Paola Concia e Vittoria Franco del PD. Ma è qualche metro più dietro che si scatena la festa di colori e cartelli. Ci sono un po’ tutte le regioni: uno striscione del Biella Pride, l’ottavo colore di Parma, l’arcigay del Trentino, il circolo Mario Mieli di Roma. Il corteo si muove verso i viali. Ad aspettarli, i camion con i sound system, ma intanto c’è la Banda Roncati ad allietare i manifestanti. Un po’ più dietro il Sexyshock che regge lo striscione «Ci riguarda tutte», con una trentina di ombrellini rossi. A seguire l’Unione Atei Agnostici Razionalisti che sfoggia gli slogan più anticlericali come «Potere al clero? Vogliamo Zapatero» o «Margherita Hack Papa». Del resto a rendere il clima caldo su questi temi ci aveva pensato il vescovo Caffarra che alla vigilia del corteo aveva definito «un pericolo sociale i rapporti omosessuali», in quanto privi di un «referente naturale». Affermazioni respinte al mittente dagli organizzatori. «Per Caffarra il pericolo sociale sono i gay, non la mafia; sono le lesbiche, non le politiche del neo liberismo selvaggio né le guerre che in tutto il mondo seminano fame morte e distruzione». E c’è n’è anche per il governo, ed in particolare il ministro Carfagna, definita «sorella dell’ordine di santa omofobia», che, con tutta la destra, aveva attaccato il Pride nei giorni scorsi. Polemiche che non meravigliano Nicky Vendola presente al corteo «E’ quello che sta accadendo anche per il 25 Aprile, l’8 Marzo e il primo Maggio. E’ tutto il calendario dei simboli dell’irruzione della libertà e dei diritti che si vuole cancellare [..]. Per questo questa battaglia deve essere della sinistra, oggi, perché è quella che dà senso e consenso». Verso le 15.30 il corteo è già ai giardini Margherita dove in programma c’era un omaggio alle vittime della violenza nazifascita. Ad aspettarli una decina di camion, banchetti delle bibite ed altri gruppi che ingrosseranno il corteo. Tra questi anche il TPO con lo slogan «Fuori i nostri corpi dal vostro controllo» e Crash, «Surfando su un fiume di desideri» che hanno aderito a QueeRingBo [http://queeringbo.noblogs.org], un coordinamento nato da alcuni collettivi queer e gli spazi sociali bolognesi che nei giorni scorsi aveva diffuso un appello alternativo alla piattaforma ufficiale del Gay Pride dal titolo «Per un 28 Giugno De/genere». «Siamo partiti un anno fa – ci racconta Angela di ‘Guai a chi ci tocca’ – su temi come la legge 194 fino a quello dei medici obiettori di coscienza. La nostra prospettiva è diversa, perché vogliamo andare oltre la rivendicazione dei diritti civili, ma giocando sulla sessualità non solo come dato biologico, per porre il problema del controllo dei corpi, e attraverso questi di tutta la società. Ecco perché eravamo alla contestazione di Giuliano Ferrara in piazza e abbiamo boicottato le due farmacie che a Bologna praticano l’obiezione di coscienza sulla pillola del giorno dopo». Intanto i carri si muovono lungo i viali, destinazione piazza Otto agosto per i comizi finali. Dove c’è un incidente sul palco. Mentre parla Porpora Marcasciano, del MIT, il coordinamento «Facciamo Breccia» prova ad aprire uno striscione per ricordare il Cassero di Porta Saragozza che nell’82 fu dato dal comune al movimento LGBT bolognese per poi essere riconsegnato alla curia nel 2001. Gabriella Bertozzo, già portavoce del Forum Sociale Europeo di Firenze e attivista nel movimento lesbico, prova a salire sul palco insieme agli altri attivisti, ma viene fermata dagli organizzatori, spintonata e arrestata dalla polizia. Verrà rilasciata in serata dopo un presidio di fronte alla questura e un appello letto dal palco. Gabriella, che è accusata di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni finalizzate alla resistenza, sarà sottoposta a test alcolemico. In una nota il coordinamento «Facciamo Breccia» esprimendo «sconcerto» per quanto accaduto si augura che «Comitato Bologna Pride» si spenda «affinché la questione giudiziaria si chiuda immediatamente rendendo chiaro che l’azione di polizia è stata causata da un abnorme ‘equivoco’»






