La storia che circola, cui alludono i retroscena dei quotidiani, è la seguente: nel cassetto del direttore di uno dei grandi giornali italiani ci sarebbero le porno-telefonate del futuro presidente del consiglio a tre donne che poi, guardacaso, sarebbero entrate nel governo. La corsa contro il tempo di questi giorni risponde a questo intreccio di vite private, vicende giudiziarie e scelte politiche. Per questo, dopo il parere negativo del Csm sulla norma blocca-processi, Berlusconi ha annunciato di voler ricorrere al decreto legge per le intercettazioni, nonostante sia già stato presentato in parlamento un disegno di legge sulla stessa materia. Al centro di questo scontro c’è la magistratura e l’autonomia del potere giudiziario, che Berlusconi spera di piegare definitivamente. Quella stessa magistratura, ieri ha scarcerato i rom che erano stati arrestati per sfruttamento dei minori proprio nei giorni in cui cominciava la schedatura di massa dei bimbi, affermando che il provvedimento eccessivo era stato preso sulla spinta della campagna anti-rom. Non siamo tra quelli che difendono la magistratura in quanto tale e siamo stati testimoni dell’utilizzo spregiudicato delle intercettazioni telefoniche per controllare ossessivamente i movimenti. Ma di certo qui il potere assoluto del premier e dei suoi alleati, l’esplicita volontà di costruire garanzie per pochi e distruggere i diritti dei tanti, passa anche per la vicenda simbolica delle intercettazioni. Perché dietro una coltre di pecoreccio e perversioni da borghesia annoiata di provincia [Cronaca vera, che è specializzata, in questi casi titola «Provincia viziosa e perversa»] la faccenda delle intercettazioni telefoniche e delle linee bollenti del Cavaliere nasconde lo scontro campale tra la postdemocrazia delle destre e ciò che rimane dell’architettura e delle garanzie costituzionali.






