Quando il Tg1 ha interrotto la programmazione, mercoledì sera, con un paio di edizioni straordinarie, molti hanno pensato a un terremoto catastrofico, a un improvviso lutto nella politica italiana ed europea, a un attentato sanguinoso in una capitale. Era stata liberata Ingrid Betancourt, invece, già candidata alle presidenziali in Colombia e ostaggio dei guerriglieri delle Farc da sei anni. Chi ha una certa età ricorda le edizioni straordinarie dei telegiornali negli anni sessanta: quando fu ucciso John Kennedy e quando fu ucciso suo fratello Bob, cinque anni dopo. O quando i carri armati sovietici invasero Praga. C’è proporzione, tra questi eventi e la liberazione di Ingrid Betancourt? Va bene che Gianni Riotta, direttore del Tg1, aveva intervistato il figlio di Betancourt, e le immagini del colloquio sono state subito riproposte: ma è una buona ragione, questa? O lo è il fatto che per liberare la donna si erano mossi il presidente francese e quello venezuelano? O ancora il fatto che lei era ostaggio dei «comunisti» delle Farc e che il presidente colombiano, Uribe, è uno dei [pochi] presidenti latinoamericani soci degli Stati uniti?
Certo, il caso era eccezionale: sei anni di prigionia nella giungla, una donna all’apparenza fragile e una politica controcorrente che cercava la pacificazione in un paese che ha il record delle guerre civili. Ma non sarà che esistono diritti umani di serie A e diritti umani di seconda scelta? Pare retorico, dirlo, ma a quando una edizione straordinaria per una etnia indigena dell’Amazzonia sterminata [ogni giorno è buono]? O per un barcone che affonda con il suo carico di somali in fuga dalla guerra? O per un campo rom assaltato da poliziotti armati di inchiostro per rilevare le impronte digitali?






