Gli attivisti dei campi si sono riuniti. Coloro che fino a ieri sembravano quindi non volersi rassegnare all’idea del corteo autorizzato, hanno cambiato idea e scelto di prendere parte, in poco più di un centinaio, alla passeggiata di 20 km lungo la foresta che porta a qualche km dal Lago di Toya.
Il corteo è comunque scortato dalla polizia e ha lasciato spazio ad un’atmosfera rilassata. Lungo il cammino, molti dei partecipanti hanno anche fatto il bagno nel fiume. Gli attivisti sembrano insomma essersi rasseganti all’idea dell’impossibilità di effettuare i blocchi in questo anti G8 giapponese. Nelle prossime ore però si potrebbe decidere di fare qualche azione. Inzialmente infatti la proposta era quella di fare un corteo autorizzato fino alla stazione ma alla fine si è appunto optato per la passeggiata tra i boschi, più caratteristica. Il movimento giapponese è composto per la maggior parte da persone anziane per le quali il concetto di blocco dell’anti G8 è assolutamente inconcepibile: per loro protestare significa marciare in cortei autorizzati e pacifici. Nel febbraio nel 2003, alla manifestazione di Tokyo contro l’invio delle truppe giapponesi in Iraq, parteciparono 40 mila persone, per la maggior parte anziane.
Durante la passeggiata, intanto, nella città di Sapporo, all’Odori Park, si è tenuto un sit-in del Partito patriotico per un grande Giappone. Presenti solo una decina di persone, due furgoncini parcheggiati e, dall’altra parte del marciapiede, il loro leader, lo stesso della criticata sfilata del 5 luglio, parlava con un megafono. Su uno dei due furgoni era esposto lo slogan «Noi appoggiamo la polizia» e, sotto, la frase: «sparare alla guerriglia comunista». Presente anche qualche poliziotto che vigilava l’area.
Nell’altra parte della piazza, una cinquantina di attivisti membri dell’Unione comunista rivoluzionaria del Giappone [Fazione rivoluzionaria marxista]. Molti di loro sono studenti universitari. Nessun attivista del campo era presente.
Intanto, le quattro persone arrestate qualche giorno fa sono ancora in carcere. In Giappone non esiste l’organizzazione legale presente in Europa. il Legal Team che supporta fisicamente gli attivisti non èi composto da avvocati, che invece operano a Tokyo, ma da un gruppo di ragazzi che hanno il compito di supportare gli attivisti, monitorarli durante la protesta e quindi comunicare il tutto al Watch, il gruppo di legali attivi a Tokyo. Questi ultimi a loro volta contattano altri legali, che avranno poi il compito di seguire uno per uno gli arrestati. La distanza degli avvocati ha provocato diversi problemi logistici e pratici per il Legal Team vicini agli attivisti dei campi, che dunque non conoscono nulla sulla condizione degli arrestati.
«In Giappone, chi viene arrestato viene trattenuto per tre giorni, quando appunto il giudice decide se estendere o meno la detenzione per altri 10 giorni, terminati i quali il giudice può poi ancora decidere di estenderla per altri 10 – spiega Mirian del Legal Team – Quindi, alla fine, chi viene arrestato può rimanere in carcere per 23 giorni in totale perima del processo. E’ quello che solitamente accade, soprattutto se gli arrestati sono degli attivisti». Inoltre, ad essere arrestati sono solitamente gli organizzatori delle proteste, perché ritenuti responsabili di tutto quello che accade nel corso delle proteste. Devono rispondere del reato di violazione della pubblica sicurezza. Ed è quello che è successo nel corso della manifestazione del 29 giugno a Tokyo.
La paura del movimento giapponese e gli attriti con gli attivisti stranieri è quindi fondata considerato il fatto che è possibile, anche se non è ancora successo, che in caso di arresto anche la tua famiglia ed i tuoi amici vengano interrogati e addirittura coinvolti personalmente.






