Attaccare la sentenza sulla strage del 2 agosto 1980 non aiuta a fare chiarezza. Un'offesa per le vittime e per la città.
Sabato scorso, 2 agosto, si è tenuta la commemorazione del 28esimo anniversario della strage di Bologna, la più efferata e sanguinosa del dopoguerra. L’amaro bilancio di quel giorno fu di 85 morti i cui nomi sono riportati su una stele nel piazzale della stazione. Su quella stele vi sono anche riportate le seguenti parole: strage neo-fascista. Infatti, dopo anni ed anni di indagini, processi, controprocessi e depistaggi, nel 1995 sono stati condannati con sentenza definitiva due neo-fascisti (Mambro e Fioravanti) come esecutori materiali della strage. In questi anni, però, si sono fatte sempre più pressanti le richieste di chi vorrebbe cancellare quelle parole – strage neo-fascista – che tanto dicono della storia del nostro paese. Una volta era solo uno sparuto gruppo di fascisti bolognesi – tra cui i parlamentari Berselli e Raisi – a cercare, invano, di cancellare la memoria della città attraverso operazioni storico-cosmetiche. Ora, per la prima volta, anche una carica istituzionale, il Presidente della Camera Fini, mette in dubbio la sentenza. Curioso esempio di subconscio freudiano: Fini ha passato gli ultimi anni della sua vita a condannare il fascismo e a prenderne le distanze in tutte le possibili occasioni, ma un po’ come il Dottor Stanamore di Kubrick non riesce a controllare i suoi istinti repressi. Non alza il braccio nel saluto romano, ma difende i camerati che, forse, hanno sbagliato o cerca di cancellare la memoria storica della Resistenza mettendo sullo stesso piano chi combattè per la libertà e chi per l’oppressione rendendosi inoltre colpevole di crimini raccapriccianti – in questo ben coadiuvato da politici appartenenti alla cosiddetta sinistra. Alle sacrosante proteste del Sindaco Cofferati ha risposto in difesa di Fini l’onorevole Cicchitto, già noto per esser stato un tesserato della P2 quando pretendeva di difendere i lavoratori nell’allora PSI. Una vera e propria commistione di interessi tra ex-fascisti ed ex-massoni. Se la storia finisse qui, potremmo catalogarla come l’ennesimo tentativo di revisionismo storico per fini (con la minuscola) personali e propagandistici.
Purtroppo, ultimamente, anche un gruppo di giornalisti, politici ed intellettuali di sinistra sembra aver abbracciato le tesi dei missini. Andrea Colombo, giornalista prima del Manifesto e poi di Liberazione, ha scritto un libro per scagionare Mambro e Fioravanti. Rossana Rossanda ed il senatore Pellegrino, già a capo della Commissione stragi, hanno rilasciato interviste in cui sostengono che la verità storica è tutt’altro che accertata. Nell’ombra, ad intorpidire le acque ci sono il Presidente emerito Cossiga e nientemeno che un terrorista di fama internazionale come Marcos. Le piste che quest’assai eterogenea brigata porta avanti sono le più disparate: sono stati i libici per vendicarsi dell’attentato a Gheddafi, sono stati i palestinesi inavvertitamente, sono stati gli Americani. La sentenza d condanna di Mambro e Fioravanti viene attaccata perchè solamente indiziaria, ma naturalmente le controtesi degli innocentisti sono basate solo su indizi ed assai più labili di quelli ritenuti validi durante tre gradi di processo. E nella foga di provare la validità delle loro tesi, i nostri cadono in errori marchiani ed in dimenticanze intollerabili.
Nessuno degli innocentisti, ad esempio, ci spiega perchè Licio Gelli, la P2 ed i servizi segreti abbiano così alacremente lavorato per depistare le indagini, tanto da meritarsi condanne varie. Per salvare la causa palestinese? Per difendere Gheddafi? La tesi pare così ridicola che nessuno la sostiene. Semplicemente viene rimosso il problema. Così come si evita di spiegare perchè tutto d’un tratto Cossiga, esperto in trame eversive, sia diventato una fonte attendibile, nonostante abbia cambiato versione almeno quattro volte.
Un altro dei punti di forza (?) della non tanto allegra brigata è che la strage neo-fascista non ha ragione d’essere. Pellegrino e Rossanda sostengono che la strage della stazione non può essere paragonata a Piazza Fontana. Il 1980 non era il 1969, l’Italia era diversa e la strategia della tensione non aveva più senso. Sarebbe però opportuno spiegare come mai, quattro anni dopo la strage di Bologna, un’altra bomba scoppiò su un altro treno, sempre nelle vicinanze di Bologna, in quella che verrà poi ricordata come la “strage di Natale” (23 Dicembre 1984). Tale dimenticanza, quando si spiega il contesto storico, mi pare davvero inquietante. Pellegrino e Rossanda non possono ignorare che la strategia della tensione, in Italia, non è mai davvero morta e che anzi, siamo stati maestri nell’esportarla a tanti altri contesti.
Rossana Rossanda, nel difendere Mambro e Fioravanti, si spinge oltre: “mi sembra tra l’altro significativo che loro stessi dicano di non essere degli angeli, ma abbiano sempre negato su Bologna”. Ma che razza di ragionamento è mai questo? Il colpevole nega – confessando su delitti minori – ed allora va creduto? Bene ha fatto il presidente del comitato delle famiglie, Bolognesi, allora, a ricordare le parole di Enzo Biagi su Mambro, una persona che non ha mai provato il benchè minimo rimorso per quello che ha fatto. Crederle sulla parola mi par davvero eccessivo – il garantismo filosofico diventa innocentismo personale. Ed è davvero un peccato che Rossanda usi la strage di Bologna per cercare di ottenere una vittoria personale postuma sul PCI di allora che era “complottista” e quindi vedeva di buon grado le sentenze contro i neo-fascisti e la strategia della tensione.
Colombo, infine, arriva a sostenere che quasi tutti i giudici, a parte quelli di Bologna, riconoscono che l’impianto accusatorio è insostenibile. A parte il fatto che il giudice Casson, in una intervista all’Unità, sostiene esattamente il contrario, qual’è il senso delle parole di Colombo, che fanno da accompagnamento a quelle di Berlusconi sui giudici di Milano? Si sostiene forse che in una città particolare i giudici siano tutti di parte, ciechi e rancorosi? Non contento, Colombo, sostiene che tutti quelli che non sono d’accordo con lui sono in malafede. Dalle pagine di Liberazione sentenzia: “Il problema, allora, è chiedersi perché proprio una parte della sinistra si ostini a negare ogni dubbio su quella sentenza….(nella) convinzione che si debba comunque difendere la sentenza contro i Nar [Nuclei Armati Rivoluzionari, nda] per evitare i possibili vantaggi che altrimenti ne verrebbero alla destra e non solo a quella più estrema. In questo caso la vicenda di Bologna si rivela lo spartiacque tra due concessioni opposte di intendere l’"essere di sinistra", quella che ho appena citato e quella che, al contrario, ritiene che essere di sinistra significhi difendere sempre e comunque la verità al di là del tornaconto politico a breve. Personalmente, penso che sia lo spartiacque tra tutto quello che della sinistra è da buttare e tutto quello che è invece da conservare e valorizzare.” Chi non è d’accordo con lui, in sostanza, non è abbastanza di sinistra. Tale ragionamento ci riporta a percorsi storici e culturali di una certa sinistra – stalinista – in cui sono sicuro che Colombo non voglia riconoscersi, anche se non lo dimostra.
Tutta la brigata degli innocentisti dovrebbe forse mostrare un po’ più di rispetto verso gli 85 morti della stazione. Ed anche verso le istituzioni così villanamente aggredite. Esiste una sentenza che non è stata emessa da giornalisti, intellettuali o semplici commentatori. Gli stessi Mambro e Fioravanti non hanno mai chiesto la revisone del processo, segno che forse tutte queste tesi innocentiste sono solide quanto un castello di carte.
Tale sentenza, purtroppo, è incompleta anche grazie all’uso indiscriminato del segreto di stato, che ha impedito ai giudici di individuare chi stava dietro Mambro e Fioravanti. I governi di tutti i colori che si sono succeduti dal 1980 ad oggi non hanno mai ritenuto di dover fare davvero chiarezza su quello che successe a Bologna e sui suoi tanti misteri, sui depistaggi, sul ruolo dei servizi, sui vari tentativi di inquinare le prove, sullo scandalo che portò l’avvocato di parte civile a dimettersi dalla sua posizione dopo aver incontrato Licio Gelli. Ognuno, in cuor suo, può avere una propria opinione al riguardo. Ma ciò che la sinistra – o quel che ne è rimasto in Italia – dovrebbe fare è chiedere la verità, chiedere giustizia per gli 85 morti di Bologna, per tutti i morti di tutte le stragi, tutte impunite, tutte legate ad un simile disegno politico, destabilizzante e golpista e per questo nascosto agli occhi dell’opinione pubblica. Delegittimare a mezzo stampa una sentenza è solo un modo di riscrivere la storia d’Italia. Facilita il compito degli specialisti in intrighi che hanno avvelenato la democrazia nel nostra paese. Farlo il 2 Agosto è una offesa per le vittime, per i parenti e per l’intera città di Bologna.
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