Il coltello dalla parte del manico

«Le lame le usano gli infami, i fascisti usano le lame»: questo striscione esposto all’indomani dell’uccisione di Renato Biagetti, il giovane ucciso due anni fa all’uscita da una festa reggae sul litorale romano, raccoglie il senso del clima che si respira nelle strade della capitale dell’Italia berlusconiana. L’aggressione, con accoltellamento di tre giovani che tornavano a casa dopo aver partecipato a una serata in memoria di Renato, è l’ultimo passaggio dell’escalation di violenza fascista che da tempo ormai colpisce la città. Come una profezia che si autoavvera, la carica di rancore a cuor leggero sparso a piene mani da media e governanti si è spalmata sugli abitanti, gli stessi che il sindaco Alemanno ha illuso affermando, per estorcere loro un voto, che l’unico problema di Roma era «la sicurezza», termine quanto mai ambiguo e misterioso.
Perché, come ha giustamente sottolineato la mamma di Renato [che intervistiamo sul numero di Carta attualmente in edicola], troppo spesso circolare in alcuni quartieri è diventata una sorta di roulette russa. I fascisti non si limitano a intimidire o a pestare il malcapitato, come al solito eroicamente rapporto di almeno 5 a 1: colpiscono con i coltelli. Hanno introiettato il codice della teppa da stadio che ha sfidato, e per certi versi sconfitto, la cultura di strada degli ultrà. Qualcuno ha deciso che quelle nuove reclute, le schegge impazzite e spaesate della metropoli, le prime vittime del bombardamento semiotico della città postindustriale, sono gli squadristi del terzo millennio. Chi costruisce micro-formazioni e dichiara micro-guerre intruppando giovanissimi dagli occhi spenti risponde all’esigenza di fornire un «frame», un terribile e drammatico punto d’appiglio, fatto di odio e aggressività, alla deriva liquida in cui annegano in troppi.
Negli anni novanta, mentre i gruppi del tifo organizzato provarono a fermare le morti domenicali lanciando lo slogan «Basta infami basta lame», una sciagurata corrente sotterranea sfidò sul loro stesso terreno i «furiosi» della curva, riuscendo a creare una sorta di mitologia e forme di appartenenza attorno ai fenomeni delle bande di strada della violenza senza limiti.
È normale, a pensarci bene, che chi odi la vita veda come il fumo negli occhi i centri sociali, luoghi in cui centinaia, quando non migliaia, di persone si ritrovano, per produrre socialità e resistere all’egoismo imperante. Posti in cui, tra mille contraddizioni, si sperimenta la strada per puntare il dito accusatorio verso l’alto, e non scaricare vigliaccamente le colpe e le frustrazioni di una generazione precaria verso gli ultimi della terra. La lama dei fascisti postmoderni, insomma, sempre più spesso ha un obiettivo preciso: colpire i centri sociali, isole di socialità e solidarietà e luoghi di mutualismo nella città globale divorata dal micro-localismo e dall’esaltazione identitaria.
Evidentemente, ritrovarsi nelle piazze e far rivivere le periferie, è una spina nel fianco di chi vorrebbe risolvere tutto scagliandosi in una sciagurata lotta al poveraccio e al diverso. Grazie al cielo, stiamo parlando, di ultraminoranze silenziose, capaci di parlare solo di notte e a colpi di arma da taglio. La destra estrema, quella che non siede al governo, solo di recente ha provato a balbettare un minimo di discorso politico ma è già caduta nella frammentazione di cui ha sempre sofferto.
Ma il cerchio rischia di chiudersi, perché il clima di guerra civile è la diretta conseguenza dell’«emergenza sicurezza» che, non dimentichiamolo, venne dichiarata prorio da Roma, da Veltroni per scavalcare a destra Berlusconi e lanciare il Pd come blocco d’ordine: una genialata che ha finito per far trionfare le destre. Uno sciagurato tentativo di battere lo schieramento mediatico creando un’emergenza virtuale e «percepita».
Ora, l’odio contro il diverso delle politiche governative rischia di legittimare persino gli accoltellatori notturni, o quantomeno di farli passare sotto silenzio. Ecco perché chi tiene il coltello dalla parte del manico può coltivare persino la speranza di trovare sacche di consenso o comprensione. Per la gran parte dei media e persino per gli inquirenti, Renato è morto in una rissa tra balordi, e l’emergenza vera non è quella degli accoltellamenti ma quella dei lavavetri. Non è un caso che Roma sia diventata davvero un luogo pericoloso, da qualche tempo a questa parte, nonostante alcune centinaia di soldati sfidino il ridicolo presidiando alcune piazze. E nonostante questa pericolosità, tantissime persone continuano a sfidare i criminali accoltellatori e a riempire le piazze e ricordare a tutti che il problema non è la presenza di misteriosi «invasori», al limite il problema viene dalle stanzette borghesi di alcuni giovanissimi figli di questa città. «Vorrei che a Roma si respirasse un clima diverso – ha raccontato una delle «Mamme per Roma città aperta» in piazza del Campidoglio quest’oggi – Se invece dei militari si insegnassero ai ragazzi i valori, che sembrano caduti nel dimenticatoio, potremmo girare in città senza paura».

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