Il manganello di Vicenza

La cortina fumogena alzata dal blietzkrieg dei primi mesi del governo berlusconiano comincia a dissolversi e dalle macerie del campo di battaglia si intravedono le prime divisioni all’interno delle armate governative: il papa chiede a Berlusconi senza tanti giri di parole di imbarcare l’Udc, Bossi pretende le dimissioni della ministra Gelmini, Alemanno non riesce proprio a prendere le distanze dal fascismo.
Il groviglio di interessi in campo dentro l’ampia maggioranza delle destre comincia a mostrare le sue contraddizioni, nonostante il vuoto pneumatico alberghi dal lato sinistro della politica. Tuttavia, sarebbe un errore clamoroso ritenere che basti questo a mettere i bastoni tra le ruote dei panzer berlusconiani, a interrompere la luna di miele del governo. Rimane ancora da spezzare il cerchio dell’egosimo sociale e del disegno reazionario che si è chiuso nei mesi scorsi attorno alle questioni della «sicurezza» e della privatizzazione di qualsiasi spazio pubblico. Gran parte di quelli che sono sotto l’attacco della scure dei tagli e della precarizzazione permanente rimangono ancora ipnotizzati dalle piroette mediatiche e dagli annunci del ministro di turno. Eppure, con la ferocia tipica di chi sa di essere debole, chi sta in alto s’è asserragliato nel mondo virtuale che ha costruito in anni di manipolazione e colonizzazione dell’immaginario, e respinge chiunque provi a riportarla a un principio di realtà. Per questo, sabato scorso i vicentini No Dal Molin sono stati caricati a freddo. Per lo stesso motivo, è facile pensare che il manganello facile sia l’altra faccia della medaglia degli illusionisti che siedono a palazzo Chigi. Ma è da Vicenza, e dalle altre insorgenze che si affacciano su questo autunno 2008, che passa la speranza di rompere la sit-com e i mostri, tutt’altro che virtuali, che essa evoca.

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