Primo via libera al federalismo, prostituzione «illegale»

Umberto Bossi esulta con un braccio alzato a fine Consiglio dei ministri: il governo ha dato il primo via libera al federalismo fiscale dopo il vertice notturno di ieri con Silvio Berlusconi, nonostante i dubbi della maggior parte della mministrazioni regionali e di molti esponenti del Pdl. «Il Consiglio dei ministri – spiegano da palazzo Chigi – ha ampiamente discusso ed approvato in via preliminare lo schema di disegno di legge-delega in materia di federalismo fiscale». E il ministro Roberto Calderoli spiega che il sì definitivo arriverà contestualmente alla Finanziaria, cioè entro fine mese.
«E’ un testo su cui si è ampiamento lavorato, con un concorso di tutti – spiega l’esponente leghista – Penso che il grande obiettivo di coniugare efficienza e solidarieta’ sia stato raggiunto attraverso un confronto con tutti i ministri. I diritti costituzionali saranno garantiti su tutto il territorio nazionale». Mentre si attende un giudizio da parte dell’opposizione, le Regioni, al termine di un incontro con i ministri Calderoli e Fitto e Ronchi, frenano gli entusiasmi: non piace il metodo e si chiedono chiarimenti sulle coperture. «Vogliamo il federalismo ma non vogliamo conseguenze negative. Vogliamo la garanzia che le competenze siano adeguatamente finanziate», dice Vasco Errani, presidente della Conferenza delle Regioni. Errani ha spiegato di «contestare il metodo» perché «l’impegno era che prima del Cdm ci sarebbe stato un percorso di concertazione. Questo è un fatto negativo. Non siamo entrati nel merito». Tre le questioni preliminari poste dalle Regioni: «La conferenza unificata Stato-Regioni del 18 settembre non sia il momento conclusivo. Ci deve essere una verifica congiunta un adeguato finanziamento delle competenze decentrate». Inoltre, «la garanzia che il parlamento possa svolgere un dibattito nel merito approfondito e con il coinvolgimento delle istituzioni locali per andare oltre la propaganda».
Il Consiglio dei ministri ha approvato poi il disegno di legge «contro la prostituzione» presentato dal ministro delle pari opportunità, Mara Carfagna. Diventerà reato prostituirsi in luogo pubblico: previsti arresto e multa non solo per chi si prostituisce ma anche per i clienti. Il ddl prevede poi pene più severe per chi appartiene ad «un’associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione», rimpatrio per i minorenni stranieri costretti a prestazioni sessuali. L’articolo 1 del disegno di legge modifica la legge Merlin del 1958 introduce il reato di esercizio della prostituzione in luogo pubblico o aperto al pubblico: arresto da cinque a quindici giorni ed ammenda da 200 a 3.000 euro per chi offre prestazioni sessuali, pena applicata anche ai clienti. La prostituzione in strada secondo Carfagna «genera fenomeni di allarme sociale quali la riduzione in schiavitù, la tratta di esseri umani, lo sfruttamento di minori e stupri, violenze e omicidi che spesso sono collegati allo sfruttamento della prostituzione». Giudizio nettamente negativo al disegno di legge contro la prostituzione arriva dal Comitato per i diritti civili delle prostitute che accusa il governo di colpire con le nuove norme solo la prostituzione «povera», le «schiave», dando vita ad una operazione di facciata che non risolve assolutamente il problema dello sfruttamento. «La proposta di legge viene presentata per combattere la prostituzione di strada, quella che possiamo definire più ‘povera’, dove lavorano le donne e le transgender prevalentemente straniere e dove comprano clienti italiani e stranieri di tutte le classi ma in particolare i più poveri – sostiene Pia Covre, del Comitato – Chi non può spendere per rivolgersi più in alto stia a casa e si contenga, chiaro il messaggio. Le sex worker e le eventuali ‘schiave’ si tolgano dalle strade, scompaiano immediatamente, che il progetto del governo di ‘ripulire’ il Paese cominciando da Napoli e dalle immondizie, prosegue in tutte le città e in tutti i settori con la stessa lena, un po’ in discarica, un po’ al rogo e un po` sotto il tappeto, l’importante che non si veda più in giro per dare l`illusione di aver risolto un problema». Il ddl Carfagna è per Livia Turco, capogruppo del Pd nella commissione affari sociali della Camera, «un manifesto ipocrita e perbenista che non combatte lo sfruttamento e che certo non aiuta le donne ad uscire dalla prostituzione» . «E’ un provvedimento – prosegue Turco – che parla alla pancia degli italiani, ma che non risolvere il problema e anzi ci riporterà di fatto alle case chiuse dove gli sfruttatori faranno ciò che vorranno. Inoltre, l’aver introdotto norme penali contro i clienti accentuerà fortemente la clandestinità del fenomeno e renderà le donne ancora più vulnerabili». Critiche anche dall’Udc, mentre Antonio Di Pietro si è detto «disponibile» a discutere delle nuove norme.

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