Sono passati diciassette giorni dall’inizio dello sciopero della fame e giorno per giorno cresce il numero di manifestanti. Sono più di duecento i prigionieri politici curdi, uomini e donne, che in tutte le carceri del paese [Kermanshah, Saghez, Mahabad, Uromieh, Rajai Sharh e la famigerata prigione di Teheran, Evin] hanno cominciato lo sciopero per protestare contro le violazioni dei diritti umani che colpiscono i curdi negli istituti di pena iraniani. «I curdi, anche solo per proteste non violente finalizzate alla richiesta di maggior rispetto dei loro diritti politici, vengono imprigionati e torturati – spiega Kerim Yildiz, il direttore esecutivo di Kurdish Human Rights Project – il mese scorso hanno arrestato tre giornalisti curdi: Saman Rasoulpour, Massoud Kurdpour e Anvar Sa’idi Muchashi e altre ottanta persone per uno sciopero avvenuto a luglio a Bokan. I processi che subiscono sono costellati di violazioni dei diritti della difesa, anche quelli che prevedono la pena di morte».
Lo sciopero è cominciato per fermare l’esecuzione di otto detenuti politici curdi e continuerà «fino a quando lo stato iraniano non comincerà a rispettare i diritti umani».
Già lo scorso giugno l’Unione europea ha inviato un articolato invito all’Iran in materia di diritti umani delle donne, dei curdi e degli attivisti dei diritti umani e ha chiesto di commutare le pene di alcuni condannati a morte. Nel testo ribadiva che «numerose violazioni dei diritti umani sono state registrate nel corso degli ultimi mesi, nei confronti di giornalisti, sindacalisti, studenti e difensori dei diritti umani che appartengono alla minoranza curda».
Il governo di Teheran non sembra particolarmente disposto ad accogliere l’invito. Il governo della Repubblica islamica è convinto, da anni, che i nemici dell’Iran fomentino il separatismo delle minoranze nel paese [curdi, ma anche arabi, azeri e beluci] per indebolire il governo degli ayatollah.
Le componenti minoritarie stanno acquisendo sempre più forza nel paese.
Il Pjak [The free life Party of Kurdistan], la costola iraniana del più noto Partito curdo dei lavoratori [Pkk], attivo in Turchia, ha intensificato negli ultimi anni sempre di più la sua azione raccogliendo sempre più consensi anche a livello internazionale. Questo ha ovviamente portato a dure repressioni da parte del governo nel Kurdistan iraniano, repressioni ignorate dalla «grande» stampa internazionale.
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