Il primo si chiama Mario Borghezio, quello del piscio di maiale sull’area destinata a moschea e dei «calci in culo» promessi a centralisti e minoranze etniche. L’altro baluardo è il forzanovista sovrappeso Roberto Fiore, che negli anni settanta fuggì in Inghilterra lasciando i suoi camerati in galera ed è accusato di essersi messo in affari coi soldi della cassa di Terza posizione, l’organizzazione dell’ultradestra sciolta dalla magistratura. L’ultimo cavaliere dei sacri confini occidentali è Luca Romagnoli, il segretario di Fiamma tricolore che afferma di non aver «nessun mezzo per poter affermare o negare» l’esistenza delle camere a gas. In altri tempi avremo volentieri ironizzato sulla misera condizione in cui si sarebbe ridotta la «razza ariana».
Questi tre casi umani siedono al parlamento europeo grazie ad accordi espliciti o mascherati con Silvio Berlusconi, e vengono tenuti a debita distanza dai loro colleghi per un normalissimo senso di igiene civile e morale.
In altri tempi, insomma, avremmo avuto ben altro da fare che occuparci di questi dettagli ributtanti. Ma nell’Italia del «non possiamo dirci antifascisti» della base del secondo partito di governo e nel paese dei rom torturati a Bussolengo, una commissione del parlamento europeo si appresta far visita ai campi rom. Era nata sulla scia delle polemiche seguite alla scelta di prendere le impronte ai bambini rom. Ma veniamo a sapere che ne faranno parte Borghezio, Fiore e Romagnoli. La commissione rischia di trasformarsi in una squadraccia, di farsi avvelenare dalla sindrome da talk-show che ha avvelenato la politica: tutto è relativo, tutto si può dire purché ci sia «una controparte». Per questo l’antifascista deve confrontarsi col fascista, la vittima col carnefice, la pecora con il lupo. E nella commissione per i diritti dei rom ci devono essere i deputati anti-rom.






