Anche Massimo Ghini e Sabrina Ferilli, protagonisti del fortunato film di Paolo Virzì «Tutta la vita davanti», hanno mandato il loro saluto alla
manifestazione nazionale di oggi indetta da Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil per tutti i precari dei call center, che coinvolgeva i diversi contratti
applicati nel settore compreso quello delle telecomunicazioni. E’ la prima volta che una lotta dei precari dei numeri telefonici di ogni tipo coinvolge le aziende ed i lavoratori da cui la loro condizione è nata, le telecomunicazioni, per poi aprirsi ai più vari mondi lavorativi. Sciopero intero turno ed una manifestazione nazionale, boicottata però dalla pioggia che ha bagnato Roma tutta la mattinata: «Ma la partecipazione è stata buona, qualche migliaio di persone hanno aderito e partecipato, siamo soddisfatti» dichiara Fabio Di Russo, operatore del 119 e delegato RSU per la SLC CGIL. «Soprattutto, è la prima volta che si parla di call center all’interno delle comunicazioni».
Operatori ed operatrici delle aziende telefoniche, appunto, ma anche dei punti informazioni, dei numeri verdi di servizi, assicurazioni, uffici pubblici, fino ad arrivare allo sperduto centro commerciale di provincia. Spesso ragazze e ragazzi, ma ormai la categoria call center impegna a livello nazionale 70 – 80mila lavoratori di tutte le età, anche con un ottimo livello d’istruzione.
«Chiediamo che continui la stabilizzazione prevista dalla Circolare Damiano, la 8/08, ed ancora prima dalla legge Maroni [impropriamente detta legge Biagi] che stabilisce che chi riceve telefonate è un dipendente, non certo un lavoratore autonomo».
L’applicazione della circolare dell’ex Ministro del Lavoro Damiano aveva portato all’assunzione di 24 mila persone, ma al momento il governo Berlusconi non ha dato segnali di continuità con il provvedimento, rafforzato anche da migliaia di ispezioni dell’Ufficio del Lavoro su tutto il territorio italiano. Oltre all’assunzione di chi riceve telefonate, la circolare garantiva la fine della precarietà anche per quei lavoratori e quelle lavoratrici che fanno le chiamate, ma per loro ancora non si è passati al superamento dei famigerati contratti a progetti. Il pericolo immediatamente successivo, spiega Di Russo, è che con l’assunzione si passi a lavorare part-time, vanificando così anni di sacrifici contrattuali per avere uno stipendio almeno decente.
Proprio su questo fece clamore la lotta dei precari di Athesia, che videro riconosciuto il loro diritto ad essere assunti, ma solo per 600 euro al mese: tanti ne prevede il contratto a metà tempo, per cui chi aveva fatto ricorso ed aveva vinto, rinunciava a qualsiasi anzianità ed a qualsiasi rivendicazione, ottenendo in cambio l’assunzione a tempo indeterminato, ma solo ad orario ridotto.
Gli interventi dal palco hanno alternato le voci dei precari dei call center di Telecom Italia a quelli di altre società come Teleperformance,
multinazionale di servizi che espleta mansioni di risposta ai numeri verdi dell’Inps e di altre grandi società. Altro nodo fondamentale della piattaforma rivendicativa dei sindacati confederali è la regolamentazione degli appalti, attraverso la costituzione di una Carta di solidarietà che impegni anche quelle aziende che non applicano il contratto nazionale delle telecomunicazioni.
Tutta ancora da stabilire è la qualità di questi posti di lavoro: proprio un delegato di Teleperformance, nel suo intervento ha invitato i colleghi a smetterla di vergognarsi per essere lavoratori dei call center e a rivendicare la propria professionalità, normalmente fiaccata dalle disfunzioni aziendali e dalle numerose proteste dei clienti che chiamano i servizi telefonici. Alla giornata di lotta non hanno aderito i sindacati di base, e tutto tace anche sul fronte del governo. In attesa di un cenno, i confederali chiedono che riprenda il lavoro del Tavolo nazionale sui call center, istituito dal ministro Damiano presso il Ministero del Lavoro: anche questa commissione non è più stata convocata dopo il cambio di governo.
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