È dai Patti Lateranensi del 1929 che per diventare insegnanti di
religione in Italia, anche in una scuola pubblica, basta il via libera
del vescovo. La prassi, ormai in vigore da più ottant’anni, adesso è
sotto i riflettori dell’Unione Europea: in seguito ad una denuncia
alla Commissione Europea infatti, promossa dal deputato radicale
Maurizio Turco, dall’avvocato Alessandro Nucara e dal fiscalista Carlo
Pontesilli, Bruxelles ha aperto un dossier e inviato questa estate una
richiesta di informazioni al governo Berlusconi [secondo diversi
interlocutori, la Commissione prende tempo viste le le ingombranti
pressioni politiche che spingono per un’archiviazione].
La prassi infatti entra in collisione con la direttiva comunitaria del
2000 che vieta qualsiasi forma di discriminazione in ragione del credo
religioso di un lavoratore: parità di trattamento a prescindere della
confessione religiosa garantita anche dalla Dichiarazione universale
dell’Onu, richiamata dal Trattato di Maastricht, e dalla Convenzione
europea sui diritti dell’uomo. La diversità di trattamento avviene su
più fronti: se per diventare insegnanti di qualsiasi altra materia
sono necessari almeno due anni di abilitazione post-laurea, per
diventare insegnanti di religione è necessaria solo la nomina
vescovile. Un insegnante di religione inoltre riceve uno stipendio più
alto e, essendo nominato da un vescovo, va da sé che non può essere
ateo o non cattolico.






