«Non dobbiamo avere paura di fare paura». Una rivendicazione che è emersa più volte durante le tre giornate di discussione su «repressione, normalizzazione e nuove forme di disciplinamento dei corpi» organizzate questo week end a Bologna da Facciamo breccia, Fuoricampo, Antagonismo gay e coordinamento Sylvia Rivera. L’idea di questo appuntamento è nata da un’assemblea che si è tenuta a Bologna all’indomani dei «fatti del Pride» del 28 giugno scorso. In quell’occasione Graziella Bertozzo, una militante di Facciamo Breccia, è stata arrestata dalla polizia – chiamata dallo stesso staff della manifestazione – per aver cercato di salire sul palco per aprire uno striscione. Da una lettura politica di questo episodio – interpretato come sintomo dell’interiorizzazione da parte di una porzione del movimento lgtiq del desiderio di «rispettabilità» ma anche della deriva securitaria che ha travolto la società – è nata questa iniziativa articolata in diverse sessioni. Il filo conduttore della discussione è stato il tentativo di ricostriuire all’interno del movimento lgtiq, insieme agli altri che si battono per l’autodeterminazione e la liberazione di tutti i soggetti, una riflessione che permetta di contrastare la repressione ma anche i tentativi di «normalizzazione» e «addomesticamento» di gay lesbiche e trans. L’interiorizzazione della nozione di «rispettabilità», ma anche l’immaginario «familista» che ha accompagnato la centralità della rivendicazione delle unioni di fatto all’interno del movimento lgtiq – hanno ribadito in mote/i – non solo hanno contribuito a creare nuove esclusioni e a «disciplinare» gli stili di vita di gay, lesbiche e trans, ma non hanno neppure contribuito a fermare la violenza omo/lesbo/trans-fobica, che sta vivendo un periodo di forte recrudescenza. Da qui la riflessione sulla necessità per le soggettività lgtiq e per il movimento nel suo insieme di «ripensare la propria alterità, trasporre la propria differenza per collocarsi nel margine delle resistenze accanto agli osceni, agli impresentabili».
Durante le tre giornate si è anche discusso delle strategie di decostruzione dell’immaginario modellato sulla famiglia eterosessuale che l’invadenza della rivendicazione di unioni di fatto e matrimoni gay/lesbici ha portato all’interno dello stesso movimento lgtiq. Un immaginario che ha impedito di fare i conti con la critica alla famiglia, luogo della violenza contro le donne e della strutturazione coercitiva dei ruoli di genere. E’ rimasta però aperta la riflessione sulla costruzione e valorizzazione di legami e relazioni radicalmente altri rispetto al modello eterosessuale e familista. Ma anche quella – urgente – sulla costruzione di reti di supporto e cura che permettano di sostenere esistenze che la società tenta sempre più violentemente di annullare.






