Un mese fa, Abdul l'italiano moriva da straniero

E’ passato un mese dall’uccisione di Abdul Guiebre, chiamato familiarmente Abba. Lo ricorda in una lettera Gioia, che fa parte della Rete G2 [www.secondegenerazioni.it] in una lettera. «Il mio più grande timore si realizza – scrive Gioia – si è persa la vergogna del razzismo e della violenza, la caccia al diverso è aperta». «Da quando il governo è cambiato ho sempre più spesso quella pesante sensazione, quella di essere guardata a vista, additata, mi si piegano le gambe a passare davanti a gruppi di italiani appostati davanti al bar, nella metropolitanta, sull’autobus – prosegue la giovane – Io Gioia, cittadina italiana, ho paura degli altri cittadini italiani, quelli non così colorati come me». Poi, Gioia analizza le difficoltà dei media italiani a parlare della seconda generazione, di quelli, come lei, nati o cresciuti in Italia da genitori stranieri: «Abdul è rimasto indefinitamente un quasi senza patria in tutti i principali tg nazionali: tutti i conduttori, gli scrittori, tutti avevano quell’imbarazzo nel definirlo. È così difficile dire Abdul cittadino italiano? Sembra di sì.
Capisco la foga di voler specificare il colore della pelle per sottolineare lo stampo razzista dell’aggressione, ma non si è trattato di quello. È che risulta difficile per la classe politica, per la coscienza sociale, per i media e per la maggioranza dei cittadini italiani accettare che l’Italia cambi e si colori». «Abdul è morto – conclude Gaia – ucciso da un padre che in lui non ha visto un figlio, da un figlio che in lui non ha visto un fratello. Abdul, l’italiano, è morto da straniero».

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