Chissà con quale titolo apriranno domani i quotidiani che accompagneranno centinaia di migliaia, di persone alla manifestazione di Roma contro la «riforma» Gelmini. Uno dei titoli sarà per la sentenza di primo grado del processo contro i poliziotti imputati per la mattanza della Diaz, 21 luglio 2001. Dovrebbe essere il titolo di apertura, quello principale. Il tribunale di Genova renderà nota oggi, nel tardo pomeriggio, la sentenza. I pubblici ministeri hanno chiesto complessivamente 110 anni di carcere per gli agenti e i dirigenti accusati di violenza, falso, abuso di potere, fabbricazione di prove false [le famose molotov] e via dicendo. Se il tribunale accoglierà le richieste dei pm, non ci sarà nulla da celebrare. Perché ci sono voluti sette anni e, tra appello e cassazione, nessuno risponderà del proprio operato grazie alla prescrizione. Perché i vertici della polizia sono gli stessi di allora e non solo: Gianni De Gennaro è nel frattempo diventato coordinatore dei servizi di intelligence. Perché questi sette anni non sono serviti, a causa soprattutto della viltà di quello che è oggi il Pd, ad aprire un dibattito serio sulla formazione degli agenti di polizia e sulla loro posizione di cittadini in divisa. Oltre che su quello che è davvero successo nei giorni del G8 genovese.
Nel paese c’è una nuova ondata di proteste, non solo quelle degli studenti. E una sentenza di condanna servirebbe almeno a evitare che qualcuno – nel governo e nelle forze dell’ordine – possa essere tentato dal ripetere la strategia genovese. Tanto contro l’Onda quanto contro chi sul posto di lavoro, nella propria Valle, città o paese lotta contro nuove zone rosse dove i diritti vengono sospesi.






