Potrebbe essere la morte di Maria R. Bottagisio, uccisa a colpi di pistola insieme ai tre figli dal marito [suicida dopo la strage], commercialista della Verona bene, a convincere chi ancora ne avesse bisogno che domani è necessario scendere in piazza contro la violenza maschile sulle donne. Scendere in piazza per dire – come il 24 novembre scorso – che non si tratta di un problema di ordine pubblico, perché l’assassino una volta su tre ha le chiavi di casa, dato che è il marito o il compagno della vittima. Potrebbe essere l’omicidio di Maria – l’ennesima – a ricordarci che la violenza sulle donne non è figlia della «marginalità», né della «devianza» – «era una famiglia normale», dicono il parroco e i vicini di casa -, ma sta al cuore delle relazioni tra uomini e donne in questa società, per questo avviene soprattutto in famiglia. Oppure a ricordarci l’importanza del corteo di domani potrebbe essere la storia, molto meno raccontata, del coraggio di due donne. Si tratta di due ragazze di origini rumene che hanno denunciato gli stupri subiti – in diverse occasioni – da parte di due agenti della Polfer. I due sono stati condannati in appello – dopo essere stati inizialmente assolti – per violenza sessuale e concussione, perché le costringevano a subire rapporti sessuali in cambio del «silenzio» sulla posizione di «clandestinità» delle due donne, che si prostituivano, sfruttate da un’organizzazione criminale. Con l’aiuto delle avvocate del progetto Roxanne hanno denunciato le violenze subite. Se il ddl Carfagna sulla prostituzione diventerà legge, molte altre saranno ancora più esposte a violenze e abusi e impossibilitate a ricevere supporto. La violenza sulle donne ha molte facce, anche quella del governo.






