Domani, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, i giornali ospiteranno servizi d’ordinanza su un fenomeno fiorente a tutte le latitudini. Ci verrà ripetuto che, in Italia, 14 milioni di donne hanno subito qualche forma di violenza. Probabilmente potremo tornare a leggere che la violenza domestica – quella commessa da mariti, padri, compagni – è la prima causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni, come ha testimoniato una ricerca del Consiglio d’Europa. Potremo forse leggere che in Italia una donna ogni tre giorni viene uccisa dal partner. Che le donne morte «di famiglia», solo l’anno scorso, sono state 126. Preso atto dei dati, potremo tranquillamente tornare a leggere che «lui» [oggi è Carlos Ortega, che a Trento ha ucciso la sua ex, Ilenia, e poi si è suicidato] ha ucciso perché «non si era rassegnato», ma insieme erano proprio una «bella coppia».
E potremo anche non essere informati/e del fatto che – dopo un anno di confronto – Sommosse, la rete nazionale di femministe e lesbiche, ha organizzato sabato scorso un corteo proprio per ribadire che la violenza sulle donne non è un problema di ordine pubblico, ma è figlia dell’ordine costituito, che ha nella famiglia eterosessuale il suo modello. La manifestazione non è stata la replica dell’«esplosione» del 24 novembre del 2007, quando 150 mila donne invasero le strade di Roma, forse anche sull’onda dell’indignazione per il varo di un «pacchetto sicurezza» razzista nato dalla strumentalizzazione dell’omicidio di Giovanna Reggiani e grazie al grande risalto che i media diedero alla vicenda. Un corteo, quello di sabato, che ha potuto contare sulle reti costruite in questo anno, dalle quali si può ripartire.






