Si è aperto ieri mattina davanti alla Corte d’Assise di Brescia il processo per la strage di Piazza della Loggia. E’ un procedimento sul quale si concentrano le storie ingarbugliate e putrescenti della strategia della tensione e dei poteri occulti della «prima repubblica». Una storia che coinvolge settori dello stato, manovalanza neofascista e forze dell’ordine. Alla sbarra ci sono sei imputati, tra cui Pino Rauti [suocero del sindaco di Roma Gianni Alemanno]. I sei dovranno rispondere dell’attentato che il 28 maggio 1974 uccise 8 persone e ne ferì più di cento durante una manifestazione sindacale contro il terrorismo neofascista.
Il nuovo processo arriva tre inchieste, nove processi e 29 anni dopo la prima sentenza. Il 15 maggio scorso sono stati rinviati a giudizio i sei imputati: Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte, Pino Rauti, Francesco Delfino, Giovanni Maifredi. Zorzi e Maggi erano all’epoca militanti di Ordine Nuovo, gruppo fondato nel 1956 da Pino Rauti e sciolto nel 1973 per disposizione del ministro dell’interno Paolo Emilio Taviani con l’accusa di ricostituzione del Partito fascista. Delfo Zorzi è latitante da tempo in Giappone, dove si è ricostruito una nuova esistenza da imprenditore e si fa chiamare Hagen Roi. Rauti è poi rientrato nel Movimento sociale italiano. Rauti, in quegli anni andava e veniva dalla Grecia del golpe dei colonnelli e auspicava svolte autoritarie. Anni dopo, il revisionismo della destra ha cancellato questo ruolo di fiancheggiamento alla repressione e dipinto l’estrema destra come un manipolo di idealisti, magari un po’ rudi, finiti sotto le grinfie dei servizi d’ordine dei gruppi della sinistra extraparlamentare. Al massimo, si parla di una sciaguarata guerriglia tra opposti estremismi, si omettono le sporche manovre di servizi e neofascisti contro i movimenti sociali.
Gli altri rinviati a giudizio al processo di Brescia sono Tramonte, persona legata ai servizi segreti. Con il nome di «Fonte Tritone» era attivo nelle organizzazioni radicali dell’estrema destra veneta.Unhttp://www.carta.org/admin/articoli/nuovoa recente perizia ordinata dalla Procura di Brescia su una fotografia di quel giorno proverebbe la sua presenza sul luogo della strage. Tra gli imputati l’ex generale dei carabinieri Francesco Delfino, all’epoca responsabile – con il grado di capitano – del Nucleo investigativo dei Carabinieri di Brescia accusato di non aver fatto abbastanzaper sventare l’attentato e di aver deviato le indagini, e Giovanni Maifredi, ai tempi confidente dei carabinieri. Nessuno degli imputati era presente in aula. Il processo forse servirà a chiarire da chi arrivò l’ordine, impartito due ore dopo la strage, affinché una squadra di pompieri ripulisse con le autopompe il luogo dell’esplosione e cancellasse indizi e tracce di esplosivo prima che gli inquirenti potessero effettuare nessun rilievo. Resta ancora misteriosa la scomparsa dell’insieme di reperti prelevati in ospedale dai corpi dei feriti e dei cadaveri, anch’essi di fondamentale importanza ai fini dell’indagine. Nei processi precedenti era emersa la ricostruzione che la bomba fosse stata confezionata negli ambienti dell’estrema destra venete. Si basa sui racconti di Tramonte e del collaboratore di giustizia Digilio, oltre che referente per la Cia in Veneto con il nome di «zio Otto». Zorzi si sarebbe occupato degli aspetti tecnici e dell’esplosivo, lasciando a Maggi l’organizzazione dell’attentato. La bomba sarebbe stata confezionata a Mestre o Venezia e consegnata, in una valigetta 24 ore, a Marcello Soffiati (ordinovista ormai scomparso) che l’avrebbe consegnata a chi avrebbe poi dovuto metterla in piazza. Secondo «Fonte Tritone» sarebbe stato Maggi a scegliere chi dovesse piazzare l’ordigno. E avrebbe scelto un ordinovista di Rovigo morto negli anni novanta.






