Dodici europarlamentari scrivono al ministro degli esteri Franco Frattini per chiedere l'intervento del governo italiano a favore di Abu Elkassim Britel, cittadino italiano detenuto in Marocco e vittima di extraordinary rendition.
Dodici europarlamentari italiani hanno scritto una lettera – la seconda – al ministro degli esteri Franco Frattini per chiedere di nuovo che il governo italiano si impegni a favore di Abou Elkassim Britel, cittadino italiano di origine marocchina, ingiustamente condannato da un tribunale marocchino e vittima di extraordinary rendition.
I dodici parlamentari [Vittorio Agnoletto, Vincenzo Aita, Marco Cappato, Giusto Catania, Giulietto Chiesa, Claudio Fava, Umberto Guidoni, Luisa Morgantini, Roberto Musacchio, Pasqualina Napoletano, Marco Pannella e Armando Veneto] ricordano a Frattini che «nella sua risoluzione del 14 febbraio 2007 il Parlamento Europeo aveva condannato ‘la consegna straordinaria del cittadino italiano Abou Elkassim Britel, che era stato arrestato in Pakistan nel marzo 2002 dalla polizia pakistana ed interrogato da funzionari Usa e pachistani e successivamente consegnato alle autorità marocchine’ e aveva invitato ‘il governo italiano a prendere misure concrete per la liberazione di Abou Elkassim Britel’. I parlamentari avevano già scritto a Frattini a giugno del 2008 e nella nuova lettera aggiungono che «purtroppo a due anni di distanza da tale risoluzione, e nonostante le Sue personali rassicurazioni circa l’attenzione che il Suo ministero avrebbe prestato alla vicenda, nessun risultato tangibile è stato prodotto». Kassim – come lo chiamano i suoi amici – è quindi ancora in carcere, in Marocco, dopo una vicenda giudiziara esemplare per gli abusi di cui è stata costellata.
L’odiessa di Kassim inizia a marzo del 2002 quando viene arrestato a un posto di blocco in Pakistan. Si trovava lì per motivi di studio e per trovare fondi per il suo sito di traduzioni di testi religiosi musulmani. In quel periodo, la Cia pagava cento dollari per ogni arabo che i servizi segreti pachistani avessero consegnato. E Kassim è finito nel tritacarne della cosiddetta «lotta al terrorismo». Il suo nome era stato segnalato dai servizi segreti italiani, sulla base di una segnalazione anonima, arrivata due anni prima alla Digos di Bergamo, la città dove Kassim lavorava assieme a sua moglie Khadija Pighizzini. La segnalazione, poi rivelatasi del tutto infondata, aveva spinto la Digos ad aprire delle indagini su di lui. Tanto è bastato perché Kassim fosse macinato dal meccanismo della collaborazione tra servizi segreti: i pachistani non hanno creduto che il suo regolare passaporto italiano fosse vero e lo hanno consegnato alla Cia che non ha informato l’ambasciata italiana ma lo ha spedito direttamente in Marocco. Lì Kassim è passato attraverso due periodi di detenzione e torture, nel carcere segreto di Témara e poi è finito in aula con l’accusa, totalmente inventata, di associazione sovversiva, che al termine di un processo farsa gli ha fatto guadagnare nove anni di carcere, ridotti a sette in appello. L’unica «prova» addotta dal tribunale marocchino per sostenere l’accusa era l’esistenza di indagini a sui carico in Italia. L’Italia, nel frattempo – era ministro degli esteri Gianfranco Fini – era stata perfettamente informata del fatto che un cittadino italiano era sotto tortura ed era stato illegalmente arrestato dai pachistani e poi consegnato alla Cia. E le indagini a suo carico, intanto, si erano sgonfiate completamente. Solo quando la procura di Brescia ha disposto l’archiviazione delle indagini a suo carico, senza che nessuna accusa fosse formulata, Kassim ha potuto ottenere un po’ di attenzione. Attenzione e promesse: il governo Prodi – ministro degli esteri Massimo D’Alema – aveva detto che si sarebbe impegnato per ottenere dal re del Marocco la grazia per Kassim; una domanda in tal senso è stata consegnata al parlamento del Marocco, in una petizione firmata da oltre cento deputati, senatori ed europarlamentari italiani. Tutto molto discontinuo e inutile: Kassim è ancora in carcere.
I parlamentari europei che hanno firmato la nuova lettera a Frattini invocano il «nuovo clima internazionale» e i ripensamenti sulla strategia della lotta al «terrorismo» che l’elezione di Barack Obama sta provocando in tutto l’occidente: «Siamo quindi a chiederle che il Governo italiano compia finalmente i passi necessari a restituire al più presto la libertà ad un suo cittadino ingiustamente detenuto, risarcendo in minima parte lui e la sua famiglia della sofferenza fisica e psichica finora provati».
Vedremo cosa risponderà Frattini. E soprattutto se l’eventuale risposta non sarà il solito, usuale «impegno» ma qualcosa di più concreto. Kassim ha aspettato abbastanza: attraverso le sbarre della sua cella sono passate le parole di tre governi. E più passa il tempo, più si rafforza l’idea che l’indifferenza istituzionale dipenda anche dal fatto che Kassim è sì cittadino italiano, ma anche musulmano e osservante. Quindi un po’ meno «italiano» di quanto sarebbe politicamente accettabile per giustificare il pieno coinvolgimento del governo di Roma nella sua liberazione.






