Avete visto «Gran Torino»? Il bel film di Clint Eastwood viene salutato da molti come «antirazzista». La reazione è emblematica e preoccupante. Quella pellicola è molto utile se letta come metafora del razzismo differenzialista americano: gli amici di Clint, veterano con la coscienza sporca della guerra di Corea e rancoroso operaio in pensione che si accorge di non poter più contare sui suoi consanguinei, sono solo i migranti «buoni». Cioè gli appartenti all’etnia hmong, che in passato ha combattuto il comunismo in Vietnam e nel sud-est asiatico al fianco della Cia e delle armate del napalm. I «non bianchi» buoni oggi sono quelli che imparano a produrre grazie agli attrezzi da lavoro che gli presta il buon Clint [metafora del capitalismo?]. Gli altri migranti, probabilmente «clandestini», sono quelli non «addomesticati». Nel film vengono dipinti come delinquenti o stupratori.
In fondo, la cosa è perfettamente coerente col senso comune. Pare essere entrata nel lessico di ogni buon democratico la sentenza che afferma: «Se vengono per lavorare sono i benvenuti». E’ una frase che nasconde più di una ipocrisia, e non c’è bisogno di ricorrere alle teorie antilavoriste per riconoscerle. Basta rifarsi ai principi del liberalismo per capire che se uno è costretto ad accettare un lavoro per poter vivere in un luogo, quello non è «libero commercio». Nel caso della legge Bossi-Fini, per dirla come dovrebbe fare un economista neoclassico, uno dei «fattori della produzione» [il lavoro] non è libero di muoversi nello spazio del [presunto] «libero mercato». Di razzismo differenzialista, crisi economica e leggi americane parliamo nel numero di Carta da oggi in edicola. Scoprendo come l’esempio statunitense sia utile a capire come il pacchetto-sicurezza appartenga alla logica neo-con e bushista che è stata fermata innanzitutto dai movimenti latinos e dalla più grande manifestazione della storia degli Usa, nel 2006. Roba vecchia, insomma, da spazzare via al più presto.






