Visita nell'ospedale dove è morto Stefano Cucchi

Il racconto della visita che oggi alcuni consiglieri regionali del Lazio hanno compiuto nel reparto reclusi dell'ospedale sandro Pertini di Roma. «Qui è peggio del carcere», ha detto un medico

«È meglio il carcere di questo posto». È un po’ di tempo che sento, da luoghi e persone diverse, questa stessa osservazione. L’ho sentita dai reclusi del Cie di Ponte Galeria, alcuni dei quali sono stati portati lì proprio dal carcere, e l’ho sentito questa mattina dal direttore del reparto reclusi dell’ospedale Pertini di Roma. Ha detto proprio così il dottor Aldo Fierro: meglio il carcere che questo posto perché qui, ha aggiunto, c’è una doppia sofferenza: quella della detenzione e quella dell’isolamento. Non parlano con nessuno i venti malati reclusi al Pertini, non possono farlo per «incompatibilità» ma anche perché di solito lì ci finiscono quelli gravi. Dice il dottore che nei quattro anni e mezzo del suo lavoro in questo posto, sono stati cinque i detenuti morti, quattro per tumore e Stefano. Ma lui non è morto di tumore, è stato ammazzato di botte. O, come ci ha fatto intendere il dottor Fierro, si è lasciato morire perché non ha retto il regime carcerario. Sapete,ha aggiunto, capita soprattutto a quelli meno «abituati» di non riuscire ad accettare quel che il carcere, in un modo o nell’altro, prevede. Così, per quattro giorni e quattro notti, Stefano ha rifiutato di mangiare e di bere, ha preso solo i farmaci che gli servivano per la sua malattia. E perché non lo avete aiutato con le flebo? Abbiamo chiesto. Perché non ha voluto, ha risposto il medico, e noi dobbiamo rispettare le decisioni del paziente, se è in grado di intendere. Ma la sua decisione era anche quella, lo incalziamo, di parlare con il suo avvocato per poter decidere se e come raccontare quello che gli era successo, la faccia tumefatta, gli occhi fuori dalle orbite, le vertebre rotte, i lividi… Ma con il suo avvocato non è mai stato messo in contatto, non ha mai potuto consultarsi. Neppure con la famiglia è riuscito a parlare. Così, è morto senza poter dire a nessuno [è questa l’ultima versione ufficiale] se le condizioni in cui si trovava erano dovute a una caduta, come è stato in un primo momento asserito, o ad altro. Sapete, ci ha spiegato il medico, molti detenuti non vogliono dire che sono stati picchiati perché poi, in carcere, debbono tornare.
Ma ha ragione il dottor Fierro, lo possiamo senz’altro confermare: il reparto detenuti dell’ospedale generale Pertini di Roma è peggio del carcere. Non perché sia sporco né fatiscente. Anzi, ciascuno ha la sua brava cella, pulita e ben sistemata, il suo bagno, la sua televisione. Tutto bianco e blu, e ci sono sette medici per una ventina di pazienti e undici infermieri e cinque ausiliari. Ben più di quanto non si possa dire della sanità pubblica in generale, non parliamo dei reparti sanitari dentro le carceri. Eppure, quel luogo è oltre ogni luogo perché lì è possibile quello che la Costituzione, le leggi italiane e l’umanità proibiscono: la sospensione del diritto.
Quando si entra in quel luogo, che ha tutto attorno gabbie altissime come quelle del Cie e scudi di ferro alle finestre come in un grottesco medioevo del futuro, non si appartiene più al mondo ma ai medici, agli agenti di custodia, ai direttori delle carceri. Loro si assumono la responsabilità di quella persona, della sua salute e della sua carcercazione. Detengono il tuo corpo e la tua vita presente. Per Stefano, si sono assunti anche la prerogativa di decidere di quella futura. Che non ci sarà. Ora i magistrati dicono che la salma dovrà essere riesumata, forse, e dovrà essere compiuta un’altra autopsia. Ora il medico del reparto carcerario dice che le regole non sono chiare e che loro, così, non riescono a rispettare fino in fondo il giuramento di Ippocrate. Credo che anche i carabinieri e gli agenti carcerari abbiano un giuramento solenne da rispettare. Tutti hanno giurato, e Stefano è morto perché per quattro giorni nessuno si è preoccupato più di tanto del fatto che non mangiava, non beveva, non parlava. Non chiedeva più giustizia. Il quarto giorno Stefano è morto.

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