La morte di Stefano Cucchi è diventata un fatto mediatico per quegli strani meccanismi «a sciame» che fanno sì che una storia, a un certo punto, «buchi» il silenzio. Non è successo altrettanto per Aldo Bianzino, per fare un nome tra i tanti del lungo elenco delle «morti nere» delle prigioni italiane. Ci si sarebbe aspettato, dopo una storia come quella di Stefano, che non è affatto un caso, che si discutesse, nel paese, finalmente, di legge, giustizia, punizione. Della distanza che in carcere più che altrove separa la lettera della Costituzione [la riabilitazione del detenuto] dalla realtà di abusi, sovraffollamento, accanimento. Invece, si discute sì di giustizia ma sempre e solo attraverso la lente deformante della persona del presidente del consiglio, parametro fisso per calibrare sia i provvedimenti della maggioranza che le reazioni delle opposizioni. Si dimenticano almeno due elementi, nell’isteria del garantismo asimmetrico delle destre e del giustizialismo grossolano delle opposizioni. Si dimentica, per esempio, che ogni cambiamento in un senso o nell’altro imposto per i potenti, riverbera lungo tutto il perimetro del sistema carcerario. Ogni invocazione di pene più severe produce nuovi prigionieri. Dall’altra parte, per evitare di scoprire il fianco all’accusa di essere «deboli» [e anche perché così è il loro mondo], le destre devono far corrispondere ad ogni allegerimento «in alto» una nuova stretta sui «reati che provocano allarme sociale». Possibilmente, l’allarme sociale viene prima alimentato. Il risultato sono i versi di un poeta antifascista calabrese: «La legge è una rete elastica. Se qualcuno ci rimane preso, ci resta se è formica e se è vitello scappa».
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